Corriere della Sera
Paolo Mereghetti
A volte il cinema sa compiere il miracolo di cogliere la realtà, se non nella sua complessità per lo meno nelle sue sfumature e diversità. Altre volte, più raramente, riesce addirittura a darci l’impressione di entrare nell’anima dei suoi personaggi, di cogliere i segreti e le ambiguità dei sentimenti. E senza neppur aver bisogno dei dialoghi per «spiegare» quello che può sembrarci nello stesso momento impalpabile e complicatissimo, intuitivo e insieme di difficile decifrazione. È il piccolo miracolo che succede in Tomboy, opera seconda della regista francese Céline Sciamma (il film d’esordio, Naissance des pieuvres, è inedito da noi), che racconta la strana estate dell’adolescente Laure nel quartiere in cui si è appena trasferita con la famiglia: madre incinta, padre affettuoso, sorella minore Jeanne un po’ troppo invadente. Come tutti gli adolescenti, Laure non sta molto bene nella sua pelle. Forse non si sente abbastanza bella per essere una bambina, forse vorrebbe solo godere delle «libertà» - di gioco, di movimento, di intraprendenza - dei maschi (è per questo che ha voluto che la sua stanza nella nuova casa fosse dipinta di azzurro?), forse è solo un’involontaria conseguenza di un taglio di capelli e di vestiti più maschili che femminili. Forse tutte queste cose insieme e altro ancora, fatto sta che quando si presenta - piuttosto timidamente - ai ragazzi che giocano nei giardini sotto casa, alla domanda «Come ti chiami?» risponde decisa: «Michael». Una bugia detta d’istinto, senza pensarci molto, probabilmente per farsi accogliere meglio in un gruppo quasi tutto maschile, che però giorno dopo giorno costringe chi l’ha detta a piccoli, continui «aggiustamenti » della propria identità sessuale. Perché per giocare a calcio deve mettersi a torso nudo oppure correre ai ripari quando un bagno collettivo rischia di rivelare le curve del suo pube o ancora sfoderare una grinta tutta «maschile» ed esibirsi nell’immancabile prova di lotta. Senza parlare delle attenzioni che Lisa gli dimostra, prima con piccoli piaceri e poi addirittura con un furtivo ma inequivocabile bacio. Tanti, piccoli «spostamenti» (c’è anche una scena in cui Lisa trucca Michael, ammirata dalla sua ambigua bellezza) intorno a un tema impalpabile ma concretissimo. Non a caso il titolo è una parola inglese che vuol dire «ragazzo mancato»... Non è certo la prima volta che il cinema affronta questo tema. Tanto per non tornare troppo indietro nel tempo potremmo citare almeno Boys Don’t Cry di Kimberly Peirce (che fruttò un Oscar alla protagonista Hilary Swank) e XXY di Lucia Puenzo. Ma il fascino e la bellezza di questo film nascono proprio dalla decisione della regista (autrice anche della sceneggiatura) di tenersi lontanissima sia dalla lettura sociologica del film americano che da quella psicologica del film argentino. Céline Sciamma non cerca mai facili spiegazioni o giustificazioni. L’indeterminatezza geografica dell’ambientazione - una periferia anonima e tranquilla come tante - e le poche scene dedicate alla famiglia (affettuosa e non certo latitante) non permettono di dedurre nessun tipo di «condizionamento» sociale o di immaginare chissà che retrogusto melodrammatico. E nemmeno un dialogo realistico ma ridotto ai minimi termini offre appigli narrativi particolari. No, la forza e i meriti - tanti - del film nascono tutti dalla capacità della regista (e della sua capo operatrice Chrystel Fournier) di cogliere il mistero e l’ambiguità di un’identità in formazione senza il bisogno di discorsi o particolari colpi di scena, ma osservando (con pudore e delicatezza) i piccoli sussulti adolescenziali. Certo, alla fine un «colpo di scena» c’è anche qui, ma è quasi «soffocato» da una messa in scena che rifugge da ogni eccesso e preferisce i silenzi ai dialoghi. È il trionfo di un’economia di mezzi come unica possibile scelta di regia per restituire sullo schermo il pudore di uno sguardo adulto (quello della regista - e dello spettatore - che «spiano» cose che i ragazzi di solito non rivelano) e insieme le titubanze di un comportamento così misterioso e ambiguo. Una «delicatezza di tocco», poi, che le prove dei piccoli attori (a partire dalla Laure-Michael di Zoé Héran) fanno risaltare con una inusitata intensità, capace di cogliere - per bravura, per direzione registica, forse anche per immedesimazione - il mistero della formazione della propria identità sessuale.
Coming soon
Daniela Catelli
Ci lascia sempre ammirati e stupiti la semplicità con cui a volte il cinema d'Oltralpe affronta argomenti e temi che il nostro cinema giovane ignora o tratta, semmai lo fa, con mano pesante e pretese di autorialità. Non ricordiamo in anni recenti una rappresentazione dell'infanzia autentica come quella che ci offre Tomboy. Se a volte la verbosità del cinema francese adulto ci allontana, dobbiamo riconoscergli, da sempre, una familiarità e una consuetudine maggiore con l'universo bambino, con la cellula ricca e complessa che dà origine all'uomo o alla donna di domani. Céline Sciamma ci racconta la storia di una di queste cellule un po' confuse. Forse Laure si sente maschio, forse il suo è solo un gioco un po' estremo, che è possibile giocare nella zona franca che precede l'adolescenza: a 10 anni tutto sembra possibile e niente è ancora proibito. Ci fa una tenerezza immensa questa bambina combattuta e divisa, felice e infelice, naturale nel suo travestimento quanto a disagio nei vestiti femminili, amata dai genitori e protetta dalla complicità della sorellina che gioca con lei ad avere “un fratello maggiore” che la protegge. La perfetta scelta di casting della piccola Zoé Héran per il ruolo principale è arricchita da quella di fare interpretare gli altri membri della banda dai veri amici della bambina: quello che dicono, il loro modo di scherzare, di parlare, è proprio quello dei bambini veri. Non degli attori bambini che siamo abituati a vedere al cinema e che recitano quello che i grandi pensano di ricordare dell'infanzia. Céline Sciamma ha, come ci ha raccontato, l'ossessione vera e propria di comprendere come si diventa quello che si è, e per questo ricorda alla perfezione i tormenti del proprio io bambino. Ma da regista intelligente e padrona del mezzo (come richiesto da un budget di 500.000 euro e 20 giorni di riprese con un cast di bambini) non ha il desiderio di farci la morale o presentarci le sue conclusioni, e soprattutto non vuole annoiarci. Ecco perché sceglie la struttura del genere per raccontare una storia realistica: fin da subito ci ritroviamo coinvolti nel piccolo grande inganno di Laure, siamo indotti a tifare per lei e a chiederci ansiosamente come andrà a finire, come la scopriranno (che la scopriranno è indubbio) e come reagiranno coloro che ha ingannato, soprattutto la piccola Lisa che prova per lui/lei i palpiti del primo amore forse proprio perché, come gli ha detto, “sei diverso dagli altri”. Con scene divertenti e naturali (la sequenza della preparazione di Laure/Michael per il bagno al lago), la tenerezza di una situazione famigliare verosimile e uno sguardo sempre ad altezza di bambino, Tomboy riesce a raccontare in 80 essenziali minuti un personaggio e il suo mondo. Impresa non da poco, per un film prodotto dalla tv e proiettato nelle scuole. Quelle francesi, naturalmente.
L'Espresso
Roberto Escobar
È curiosa, coraggiosa e libera, la Laure (Zoé Héran) di "Tomboy" (Francia, 2011, 82'). Con la famiglia si è appena trasferita in una piccola città, e fra qualche settimana frequenterà il primo anno del collège, corrispondente alle medie italiane. Tutto sembra trascorrere nella più normale delle quotidianità: c'è la sorellina Jeanne (Malon Lévana) con cui giocare nelle lunghe giornate d'agosto, ci sono nuovi amici da conoscere, e c'è da scoprire la vita, come sempre accade a dieci o undici anni. Ma a Laure la quotidianità non basta, e neppure le basta quello che da lei - tacitamente, e con dolcezza e amore - s'attendono sua madre e suo padre (Sophie Cattani e Mathieu Demy): che cresca e diventi quel che è, e che deve essere, una donna. Opera seconda della trentatreenne Céline Sciamma, "Tomboy" scopre e mostra un mondo complesso e per lo più nascosto, per quanto vicino e parallelo a quello adulto. La sua macchina da presa si incanta e si stupisce osservando i visi dei suoi giovanissimi protagonisti, teneramente indecisi fra un'adolescenza ancora lontana e un'infanzia che sta per andarsene. I loro discorsi, in primo luogo quelli che adombrano i primi aperti interessi erotici, sono insieme spavaldi e ingenui, espliciti e impacciati. In ogni caso, per ognuno sembra già deciso un ruolo di genere. I maschi si comportano da maschi, e qua e là pare lo facciano per adeguarsi a un modello non ancora del tutto loro. Lo stesso accade per le femmine, escluse dai giochi più "virili", e (quasi) certe che così debba essere. Questi ruoli, questi modelli e queste convinzioni sono la quotidianità e la normalità che non bastano a Laure. D'altra parte, ancora nessuno dei suoi nuovi amici la conosce davvero, e lei dunque può fingere d'essere un maschiaccio (l'inglese "tomboy" sta per maschiaccio, appunto). Come un maschio si veste, come un maschio parla, come un maschio gioca a calcio. E ancora come se fosse un maschio, Lisa (Jeanne Disson) sta per innamorarsi di lei. Ma alla fine, com'è ovvio, la sua bugia diventa insostenibile. Quella raccontata da Sciamma è forse la storia di un'omosessualità che inizia a manifestarsi, o forse non lo è. Ma in fondo non conta che sia l'una o che sia l'altra. Conta invece che Laure abbia la curiosità - e il coraggio - di esplorare la vita al di là dei confini già decisi da altri per lei. E quando le scuole riaprono, apertamente femmina anche per i suoi compagni, è forte di una libertà che l'aiuterà a entrare in un mondo che sarà un po' più suo.
La Repubblica
Roberto Nepoti
Dimostrazione esemplare che "piccolo film" non vuol dire sempre "film piccolo". Céline Sciamma ha realizzato Tomboy (come dire "ragazzo mancato") con un minimo di mezzi: una telecamera Canon 5D, troupe ridotta all¿osso, venti giorni di lavorazione, cinquanta scene in due-tre ambienti. Eppure il suo piccolo film, una parabola intelligente e affettuosa sui labili confini dell'identità sessuale, riesce ad appassionarti come si trattasse di un "suspenser". Trasferita con la famiglia – mamma in attesa, una sorella più piccola, papà – Laura, col fisico ancora asessuato dei suoi dieci anni, decide di farsi passare per maschio presso i coetanei del vicinato. La sua impostura genera effetti imprevisti: mentre la sorellina la identifica col fratello maggiore che ha sempre sognato, la nuova amica Lisa si prende una cotta per il sedicente Michael. L'inizio della scuola, però, è imminente; e farà cadere la maschera di Michael rivelando il viso di Laura. Intessuta di eventi quotidiani, una storia pudica quanto coinvolgente, diretta da un a regista poco più che trentenne ma che la sa già lunga sugli sguardi.
35mm.it
Silvia Marinucci
Ha una costituzione scheletrica, due grandi occhi blu e una camminata singolare. E’ Michäel, o meglio Laure, la protagonista di “Tomboy”, una favola contemporanea sull’identità sessuale, sul gioco dei ruoli, una specie di esperimento sociologico su una 'normalità' che non esiste più, che non è mai esistita. Conoscere, ascoltarsi ed essere se stessi. La protagonista della storia raccontata da Céline Sciamma ha coraggio da vendere e un po’ per gioco o fatalità, si ritrova nei panni di 'qualcun altro', forse la vera se stessa. Spontaneo, ben scritto e interpretato. La pellicola numero due della regista francese arriva dritta alla cuore, alla coscienza. Fa sorridere e un po' commuovere questo percorso di crescita di un essere umano alla scoperta della propria sessualità e spirito. Vero nodo del film però non è tanto l'accettazione del 'diverso', quanto il superamento della menzogna, della bugia e del segreto. Al livello tecnico "Tomoy" è vicina alla sperimentaizone, al documentario: la macchina da presa della Sciamma si muove con naturalezza tra i bambini (ormai quasi adolescenti), mentre giocano, fanno il bagno o si prendono a spintoni. La regista decide di dare spazio alla spontaneità regalando al film una connotazione nuova, lontana dal solito cliché del bambino. Quasi privo di colonna sonora, se non fosse per la deliziosa 'Always' dei Para One & Tacteel - che accompagna una delle scene più belle del film - "Tomboy" riempie i silenzi con rumori, respiri, parole sussurrate e suoni della natura. Menzione speciale alla giovanissima Zoé Héran: la sua naturalezza avanti alla macchina da presa è quasi disarmante.
Ondacinema
Alberto Mazzoni
Luminoso e leggero come un'estate infantile, fisico come un ginocchio sbucciato, il secondo film di Céline Sciamma racconta la storia di Laure (Zoé Hérann), una bambina di 10 anni che approfitta del trasferimento della famiglia in un nuovo quartiere per completare la sua vocazione da maschiaccio (tomboy) presentandosi a tutti come Mickael. Mickael gioca bene a calcio, sa menare e difende la sorella minore se qualcuno le dà noia, conquistandosi l'amicizia di tutti e i sospiri dell'unica (altra) ragazza del gruppo, Lisa. Ma anche quando si portano i capelli corti i nodi prima o poi vengono al pettine... La regista si colloca nella bellissima tradizione di film francesi sull'infanzia, con “Zero in condotta” di Vigo e “I quattrocento colpi” di Truffaut come numi tutelari. La sensazione di spontaneità nella recitazione dei bambini è ottenuta non con l'improvvisazione, ma con una sceneggiatura accurata, un sapiente montaggio e una eccezionale direzione dei piccoli attori. La scuola inizierà tra qualche settimana, quindi in quasi tutte le scene i bambini giocano: giocano alla bandierina, a obbligo e verità, a calcio, col pongo, con la schiuma mentre fanno il bagno (come in una delle scene più belle di "The Tree of Life"). La regista racconta che per ottenere ognuna di queste scene lasciava giocare per una decina di minuti i bambini, riprendendoli senza dirigerli, e solo quando il gioco era avviato si inseriva chiedendo loro le frasi della sceneggiatura. Il gioco viene poi mostrato nel film con un montaggio molto rapido rendendo bene il divertimento e l'affanno. Le due attrici principali sono bravissime: non solo Zoé, fisicamente perfetta per il ruolo e il cui raro sorriso vale pagine di dialogo, ma anche Malonn Lévanna che interpreta la sorella minore Jeanne e conduce in modo splendido l'unico piano sequenza. Un film sull'identità sessuale non può non essere un film sul corpo (ma senza nulla a che fare per fortuna con le sofferenze di "Boys don't Cry"). La macchina da presa circonda i protagonisti inquadrandone i giovani volti, i dettagli del corpo, senza mai allontanarsi troppo, e in questo rispecchiando il comportamento dei personaggi che, sia nelle dinamiche del gioco tra coetanei che in quelle familiari, hanno tutti relazioni molto fisiche, dall'abbraccio, alla lotta, al lavarsi e tagliarsi i capelli tra sorelle. Questi contatti, oltre a essere coinvolgenti a vedersi, sono un simbolo efficace del gruppo, dell'accettazione, della complicità. Solo nel momento in cui inevitabilmente il travestimento salta, una carrellata all'indietro segna una cesura e i personaggi iniziano a muoversi a distanze cinematografiche standard, rendendo benissimo la sensazione di un'intimità che si è spezzata. Da segnalare infine sullo sfondo la rinfrescante descrizione di una famiglia quasi inedita per il cinema, cioè contemporanea e normale, affettuosa, con difficoltà precarie ma senza drammi, con genitori che si impegnano ma possono sbagliare anche perché hanno molto da lavorare. Il film è stato adottato per ovvi motivi dalla comunità GLBT (Gay Lesbian Bisex Transgender), vincendo premi “di categoria” da Berlino a San Francisco passando per Torino. La regista però non incasella la protagonista in nessun profilo specifico (vedi il finale) e racconta di appassionarsi alle storie di identità sessuale anche e soprattutto per motivi cinematografici: “Le storie di identità raccontano di doppie vite, di bugie, di sotterfugi, di relazioni intricate, di disvelamenti. Hanno elementi di suspense, di thriller: sono perfette per fare un film che sia allo stesso tempo d'autore e appassionante, mai noioso”. E' il caso di “Tomboy”.
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