|

|

Non lasciarmi

Titolo originale:
Nazione:
Anno:
Genere:
Durata:
Regia:
Cast:


Produzione:
Distribuzione:

Never Let Me Go
Gran Bretagna, U.S.A.
2010
Drammatico, Thriller, Fantascienza
103'
Mark Romanek
Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Izzy Meikle-Small, Charlie Rowe, Ella Purnell, Charlotte Rampling, Sally Hawkins
DNA Films, Film4
20th Century Fox

 

FilmUP.com
Federica Di Bartolo

Esistere pur non essendo nati, con un destino segnato, senza speranza di cambiamento. Vedere il mondo attraverso un vetro sporco e non poter realmente vivere. E’ questo il fato dei figli di Hailsham, un collegio, apparentemente un luogo paradisiaco, dove crescono dei bambini tutti diversi fra loro, senza legami di sangue, ma accumunati dalla stessa sorte, quella di essere cloni, creati dalla società per donare organi. Hanno solo il nome e una lettera dell’alfabeto per cognome, così da distinguerli, elemento che li avvicina ai personaggi dello scrittore cieco Franz Kafka (Praga 1833-Kierling 1924). E’ semplice carne da macello su cui nessuno si interroga, o forse qualcuno c’è, ma la sua voce e le sue domande non vengono ascoltate, cadendo nel silenzio sordo dell’indifferenza. Ispirato all’omonimo romanzo dello scrittore nippo-britannico Kazuo Ishiguro, autore rinomato che ha sorpreso i suoi fans e i critici con questo romanzo tra fantascienza e realtà, ambientato in una realtà alternativa nell’Inghilterra degli anni ’90. Un mondo diverso dal nostro, eppure così simile, segnato però da un progresso medico iniziato nel 1952, che ha consentito aspettative di vita intorno ai 100 anni. E’ un traguardo raggiunto attraverso la clonazione umana, con la creazione di esseri umani cui vengono espiantati gli organi prima del raggiungimento della mezza età. Attraverso la voce narrante di Kathy H (Carey Mulligan), lo spettatore segue la vita di tre bambini: Kathy, Tommy (Andrew Garfield) e Ruth (Keira Knightley), cresciuti nel collegio di Hailsham tra periodici controlli medici e braccialetti elettronici per evitare fughe improvvise, preparati fin da piccoli al loro futuro: "Ecco per cosa siete stati creati, ciascuno di voi. Non siete come gli attori che vedete nei film, non siete neanche come me. Siete stati portati in questo mondo con uno scopo preciso, e il futuro, il futuro di ognuno di voi è già stato deciso". Hailsham è quindi un mondo a parte, come una bolla in cui sono rinchiusi, cui è legata la loro infanzia e gli unici ricordi belli delle loro brevi e labili esistenze, circondati da persone che hanno, nonostante tutto, "un’etica della clonazione", che verrà sostituita con una realtà ben più crudele, perché le nuove generazioni di cloni hanno un futuro diverso: "Si è preferito scegliere di allevarli come polli in batteria". Un’idea che ricorda amaramente i lager nazisti, ma in verità il mondo che viene mano a mano presentato dal regista Mark Romanek non se ne discosta poi molto, infatti, nessuno si fa domande di stampo etico: "i cloni hanno un’anima?". "Non lasciarmi" è una storia di crescita di tre anime, tre bambini la cui colpa è essere dei cloni, che cercano di dare un senso alla loro vita attraverso l’amicizia e l’amara accettazione, composta e passiva, del loro destino. Sono stati preparati fin da piccoli, un po’ alla volta, e ora sembra che in questo mondo senza tempo non riescano a trovare la forza di ribellarsi al loro inesorabile destino, consapevoli di poter solo osservare la vita degli altri senza poterla assaporare. Il film, molto lento nel suo insieme, cosa che lo appesantisce impedendo la commozione e l’empatia, è caratterizzato da segreti, silenzi, parole non dette, messaggi e sentimenti forse troppo spesso affidati alla musica di Rachel Portman e alla fotografia, un po’ retrò, di Adam Kimmel, che gioca con le diverse tonalità di grigi e bianchi per sottolineare il senso di inquietudine e di orrore, capace di evocare nella mente i romanzi della letteratura romantica.


Coming soon
Federico Gironi

A guardarli così, in/nella superficie, due film come Blade Runner e Non lasciarmi sembrano non avere nulla in comune. Da un lato l’estetica noir e cyberpunk del film di Scott, dall’altro le ambientazioni e le atmosfere squisitamentre old England dell’opera seconda di Mark Romanek. Eppure, i punti di contatto sono numerosi. E di certo non solo per l'avere in comune una matrice letteraria (Philip K. Dick in un caso, Kazuo Ishiguro nell’altro) o per il dare una personale declinazione a quel termine ombrello che è ‘fantascienza’. Ad accomunare i due film, e a caratterizzare soprattutto quello di Romanek, c’è primariamente la volontà di raccontare dei rapporti e degli amori sotto i quali si agitano ingombrantissimi interrogativi etici e filosofici (e affatto fantastici, ma al contrario concreti e quotidiani) sul senso e la funzione dell’esistenza, dell’essere umani. È fin troppo facile, però, che la carica emotiva che t’investe in maniera lenta ma inesorabile durante la visione di Non lasciarmi (più simile ad uno schiacciasassi che lentamente ti stritola che non all’impatto di un tir, seppur la forza sia la stessa) faccia scivolare via queste considerazioni. Perché il lavoro svolto da Romanek – cui hanno contribuito in maniera più che decisiva la sceneggiatura di Alex Garland, la fotografia di Adam Kimmell e le interpretazioni di una Carey Mulligan sempre più sorprendente e di un ottimo Andrew Garfield – cattura e affascina con una storia che, al di là delle sue implicazioni, tratta di amore e morte in senso universale, seppure estremo e particolare. Un’universalità sottolineata anche dall’aver donato alla storia e ai suoi portati un setting spaziale e temporale aereo e impalpabile, specificato eppur tutt’altro che specifico, capace di essere cornice perfetta e affascinante per una storia dalla densità morbida e sognante, amniotica, eppure di scottante e carnalissima realtà. È un bene, senza dubbio, che in Non lasciarmi le identità e i destini dei protagonisti e dei loro compagni siano esplicitati fin dalle prime scene, per non appesantire col mistero le traiettorie (in)definibili di un triangolo (amoroso) formato da due vertici di differenti e divergenti consapevolezze femminee e da un singolo elemento scentrato e dalla passività ingenua tipicamente maschile. Un triangolo che via via si apre, al tempo e allo spazio, per comprendere nella sua area in costante variazione virtualmente infinita tutti quegli elementi che dall’amore nascono ma che l’amore trascendono e sublimano. Elementi umani, appunto, emotivi, razionali, sentimentali, scientifici. Relazionali ed esistenziali. Col coraggio - quasi politico in tempi come questi - di lasciare che sia l’indefinito, il sottratto, il non detto e il non mostrato a costituire l’ossatura primaria del suo film, e non dimenticando ma al contrario esaltando il senso vero dell’eleganza formale, Mark Romanek firma un film emotivamente devastante, sinceramente profondo. Inquietante nel ritrarre una generazione costretta da un diktat sociale a trasformarsi da soggetti a oggetti di consumo. Commovente nel raccontare l’emergere di consapevolezze e sogni, la devozione e la rassegnazione nello strazio programmatico e programmato delle proprie carni e delle proprie anime. Straziante nel raccontare e (far) riflettere (su) dovere e aspirazione, obbligo e volontà, vita e morte, amore e Passione.


La Stampa
Alessandra Levantesi Kezich

Una giovane donna, stretta in un soprabito che potrebbe essere di oggi o di ieri, racconta (voce fuori campo) della sua esperienza di «assistente», svolta con partecipe impegno per oltre dieci anni, mentre attraverso un vetro divisorio guarda con occhi tristi un giovane uomo steso su un lettino operatorio. Lui ricambia lo sguardo con una sorta di complicità, poi parte il flashback. Siamo nel 1978, scuola di Heilsham, ci informa la didascalia. Ma c’è qualcosa che non torna: l’atmosfera, i colori, i vestiti, il tipo di disciplina fanno pensare a un’Inghilterra degli anni ‘40/’50; e poi chi sono quei ragazzini che danno l’impressione di non avere altra famiglia? Ecco un film di cui è difficile parlare senza rovinarne le sorprese narrative che, sullo schermo e nel bel romanzo di Kazuo Ishiguro cui si ispira (Einaudi, 2005), si disvelano poco a poco. La verità è che Non lasciarmi provoca una strana sensazione di smarrimento temporale perché è ambientato in un mondo parallelo, seppur simile a quello reale, dove si ipotizza che malattie come il cancro e la sclerosi siano state vinte tramite i cloni, esseri creati appositamente per donare organi. Ma - è questo uno dei motivi centrali del libro - i cloni possono avere un’anima? La risposta la fornisce l’umanissimo trio dei protagonisti. Legati fin dall’infanzia da un intenso rapporto di amicizia e di amore, Kate, Tommy e Ruth condividono le pulsioni affettive, sessuali, i sogni, le paure degli altri coetanei; ma al contrario di loro, hanno per unica aspettativa di vita quella a cui sono stati destinati. Donare organi per un massimo di tre, quattro volte, quindi morire. Al di là delle varie tematiche che propone (sul rapporto etica-scienza, per esempio), Non lasciarmi è una stoica meditazione sull’inevitabilità della fine, una riflessione su ciò che conta; e soprattutto la storia di tre giovinezze spezzate. Nell’adattare la pagina, Mark Romanek talentoso autore di videoclip (per Michael Jackson, Madonna, Bowie), ha scelto di affidarsi alla pura linea narrativa senza sottolineare troppo la metafora, e immergendo la vicenda in un’atmosfera di dolce e inesorabile malinconia. Stupendi fotografia, musica e costumi, mentre Keira Knightley, Andrew Garfield e soprattutto Carey Mulligan imprimono ai personaggi una struggente nota di verità.


Ondacinema
Giuseppe Gangi

"Non lasciarmi" di Kazuo Ishiguro è stato uno dei pochi - e giustificati - casi letterari degli anni 2000. Definita da molte testate come uno dei migliori se non addirittura il migliore romanzo del decennio, la potente parabola distopica di Ishiguro contava su mezzi molto letterari e affilava le lame dei generi per una storia densissima, la cui narrazione in prima persona saltava nel tempo addensando i ricordi dell'assistente Kathy H. in un'atmosfera volutamente nebulosa e sospesa, che si fa più netta col passare del tempo e dei capitoli. Nel film di Mark Romanek l'intreccio è ridotto a un unico lungo flashback che ordina gli eventi cronologicamente, rendendo anche più chiari i contorni e le sfumature dei misteri che avvolgono i destini dei "donatori". Si perviene quindi al dubbio che la mancanza dell'inquietudine che attraversava il romanzo di Ishiguro e si andava rivelando per una suspense disinnescata (praticamente si intuisce la verità e quando essa viene affermata, pur atterrendo, non sorprende), sia un quid che costringa la pellicola a comprimere i tempi, a carrellare gli eventi dell'infanzia con eccessiva celerità, riuscendo a trovare un ritmo equilibrato e posato solo nella seconda parte. Probabilmente l'ingerenza in fase di scrittura dello stesso autore, qui in veste di executive producer, può essere stata tanto pesante da costringere a quella fedeltà letterale che non è necessariamente foriera di riuscita cinematografica. Pertanto i limiti dell'opera terza di Mark Romanek si trovano praticamente nell'adattamento, poiché a ben vedere il film nella sua sostanza si fa pregevole. La regia geometrica di Romanek segue i bambini con la stessa dolcezza e con lo stesso timore con cui guarda gli adulti. L'alternanza di campi lunghissimi, lunghi e medi è volta a raffreddare un materiale emotivo magmatico, avendo poi l'intelligenza di intercettare i primi piani e cogliere l'incrinatura di un labbro, la discesa di una lacrima, uno sguardo distolto. La resa atmosferica, dall'istituto di Hailsham fino ai Cottage e ai centri di completamento, è perfettamente aderente allo spirito del romanzo, disvelando un mondo esterno suddiviso tra gli autunnali colori della campagna inglese e le architetture squadrate, replicate e spersonalizzate della città. I tre personaggi si muovono come eterni fanciulli in una realtà sempre estranea e per loro crudele, dove hanno e avranno per sempre qualcosa da imparare, soprattutto su di sé, sul loro ruolo nella società. Molto deve il film alle interpretazioni: Carey Mulligan dà a Kathy la giusta dose di dolcezza e forza d'animo, così come il sorriso di Andrew Garfield fornisce un adolescenziale impaccio a Tommy; anche se forse l'interpretazione più sorprendente, dato il tempo contenuto di presenza in scena, è la regressione di Keira Knightley (impressionante anche la vicinanza con la sua interprete da bambina), inizialmente forte e svettante su tutti, infine pallida smunta e spezzata dall'inizio del ciclo di donazione. "Non lasciarmi" mostra con l'inquietante ricollocamento temporale nella realtà distopica la possibilità di un progresso medico dove la libera clonazione ha strutturato una società cannibale, il cui unico scopo è prolungare il più possibile la vita degli uomini a scapito di "povere creature" plasmate a nostra immagine e somiglianza, ma destinate a una vita limitata. Al contrario di molte opere su simili tematiche, quello che stupisce è l'inoppugnabilità di questa premessa: a Kathy, Tommy, Ruth non solo non è data la possibilità di fuggire il loro destino, ma sono gli stessi personaggi a non tentare niente che non sia "legale" per non sottrarsi a quella catena di eventi predeterminata. Fin dall'infanzia venivano abituati a cantare il tremendo futuro che li attendeva: l'inno a Hailsham che sentiamo all'inizio (e poi sul finire dei titoli di coda) parla proprio dei corpi che oggi stanno cantando e che un giorno saranno smembrati, e si volteranno indietro ai giorni felici della loro infanzia, al periodo ovattato e protetto al quale tutti si sentono legati. Consci dell'indispensabile importanza per le altre persone, che grazie a loro sopravvivranno, si consegnano nelle mani dei loro creatori/aguzzini. E' l'essere umano che si limita a essere solo corpo, neutra sacca di organi. La progressione drammatica, suturata dai nostalgici archi di Rachel Portman, che porta alla consapevolezza del perfido meccanismo del mondo, ha il suo apice nel finale straziante, dove la voce di Carey Mulligan considera bladerunneriamente su donatori e riceventi. Forse le loro vite non sono poi così diverse dalle persone che salvano. Nessuno capisce fino in fondo cosa ha passato e ciascuno crede di non aver avuto abbastanza tempo. Eppure, è già tempo di morire.


Movieplayer.it
Alessandra Storace

Non lasciarmi, tratto dall'omonimo, incantevole e struggente romanzo di Kazuo Ishiguro, è sostenuto dalla voce-off di Kathy H., narratrice in prima persona del libro, ma rinuncia alla strategia immersiva e intrigante del racconto di Ishiguro, in cui la giovane si rivolge al lettore dando per scontate delle conoscenze che questi non possiede e rivelando in maniera estremamente graduale la natura distopica della storia. Nel film di Mark Romanek questo elemento è palesato in apertura, e siamo ben presto messi a parte della tragica sorte dei piccoli ospiti di Hailsham, e della futilità degli aneliti dei tre protagonisti; ma non è certo questo da considerarsi il difetto di una sceneggiatura che lavora eccessivamente di lima rispetto al soggetto, lasciando troppo da dire alle espressive musiche di Rachel Portman e ai paesaggi tinteggiati di malinconia dal direttore della fotografia Adam Kimmel, ma soprattutto agli attori, il cui lavoro, in ogni caso, è eccellente. Carey Mulligan è una timida, generosa e fragile eroina, e Andrew Garfield regala al suo personaggio un vigoroso ma disperato afflato di vita. Entrambi fanno mostra di una maturità straordinaria che però già gli conoscevamo; stupisce invece Keira Knightley, autrice di una prova di grande energia, e in possesso di un carisma tale da mettere quasi in ombra i bravissimi colleghi e di lasciare il segno nelle poche sequenze che questo script un po' anemico le concede. Il talento degli interpreti si trova a dover sopperire alle mancanze di una sceneggiatura sbilanciata al punto che, nonostante la grande portata emotiva della vicenda, l'empatia con i protagonisti non ingrana che nella parte finale della pellicola, quando i tre condividono la scena, seppure brevemente. La pecca principale del lavoro di Alex Garland, ancora più evidente al lettore di Ishiguro, è quella di tradire la centralità dell'esperienza di Hailsham, a cui il romanzo dedica le sue pagine più accorate perché in essa sono custodite la memoria e il sentimento comune dell'infanzia e dell'innocenza, elementi essenziale dell'universalità cui la storia aspira. Garland sembra voler chiudere quella pratica in fretta, per lasciare spazio - cosa cinematograficamente anche comprensibile - agli attori adulti, e Romanek non è abbastanza ispirato da imprimere in quelle sequenze molto più che una frazione della vitalità e dell'efficacia del romanzo. Lo script di Garland è comunque abbastanza riuscito da veicolare i numerosi sottotesti e la profonda umanità della storia, accompagnati dagli alti valori tecnici e artistici dei vari reparti realizzativi; che la bellezza della trasposizione non sia paragonabile a quella dell'opera ispiratrice, è un fatto con cui quasi tutti gli adattamenti letterari, fatte salve alcune geniali eccezioni, devono confrontarsi; che l'impatto emozionale sia molto inferiore rispetto a quello del romanzo è forse un bene per gli animi sensibili e afflitti da tendenze depressive: perché la concezione dell'amore, del tempo e della vita di Ishiguro, che il film cerca di afferrare in maniera un po' maldestra nella chiusa, è lucida, lirica, contagiosa e infinitamente triste.

 

 


Cinecircolo Diego Fabbri - Abbiategrasso (MI)