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Drive
Titolo originale:
Nazione:
Anno:
Genere:
Durata:
Regia:
Cast:



Produzione:

Distribuzione:

Drive
U.S.A.
2011
Drammatico, Azione
104'
Nicolas Winding Refn
Ryan Gosling, Carey Mulligan, Christina Hendricks, Ron Perlman, Bryan Cranston, Albert Brooks, Oscar Isaac, Tina Huang, Joe Pingue, Cesar Garcia, James Biberi, Tiara Parker
Bold Films, Odd Lot Entertainment, Marc Platt Productions, Seed Productions
01 Distribution

 

 

Corriere della Sera
Paolo Mereghetti

A volte i critici perdono la memoria. E nell’omologazione un po’ deprimente della produzione mainstream finiscono per scambiare un simpatico (e furbesco) prodotto di routine per una perla rara da premiare. È successo all’ultimo festival di Cannes (ma si potrebbe dire lo stesso per il film di Ami Canaan Mann all’ultima Venezia), dove Drive del danese Nicolas Winding Refn ha conquistato il premio alla regia e buona parte della critica. I suoi meriti? Offrire una storia di genere con qualche vezzo d’autore e spruzzi improvvisi di violenza belluina (che fanno sempre molto «contemporaneo»). Contando sul fatto che in pochi riconoscano i tanti debiti che la regia ha accumulato. O che comunque li scambino per «citazioni». Il problema è che in mancanza di una forte scelta di stile (opzione che pochi registi oggi sembrano davvero in grado di mettere in atto), il modo più semplice per conquistare attenzione è quello di mescolare elementi eterogenei e molto lontani da loro così da offrire un prodotto che dia l’impressione della novità. Anche se tale non è. In Drive, per esempio, sono evidenti (e dichiarati) i debiti verso un capolavoro del cinema anni Ottanta come Vivere e morire a Los Angeles di Friedkin, di cui ricalca addirittura il carattere dei titoli di testa ma si potrebbe tornare indietro fino a Senza un attimo di tregua di Boorman (il primo film, mi sembra, che utilizzi come set il letto senz’acqua del canale scolmatore, poi usato anche da Friedkin) per non parlare delle caratteristiche con cui viene costruito il personaggio del protagonista, silenzioso e intuitivo come una volta erano i detective di Marlowe e Hammett, e come loro inguaribilmente romantici e capaci di ficcarsi nei peggiori pasticci per il sorriso di una donna. In Drive a farlo è un giovane senza nome né passato (Ryan Gosling) che di giorno fa lo stunt automobilistico per il cinema e la notte arrotonda portando lontano dal luogo delle loro malefatte ladri e malviventi vari grazie alle sue straordinarie doti di pilota. Fino al giorno in cui si accorge della vicina d’appartamento, la giovane Irene (Carey Mulligan) che vive col piccolo Benicio in attesa che il padre esca di prigione. Tra i due coinquilini scatta il colpo di fulmine, naturalmente muto e castissimo, altrimenti lui sarebbe come tutti gli altri e il divertimento finirebbe subito. Invece non accende nemmeno un pizzico di gelosia nel marito (Oscar Isaac) tornato a casa, tanto che quando dei tipacci lo ricattano perché svaligi per loro un banco di pegni è proprio all’autista silenzioso che chiede aiuto. O meglio: è lui, l’inafferrabile driver, che si offre di aiutarlo. Naturalmente le cose non vanno come previsto perché i soldi da rubare appartenevano alla mafia e il nostro «complice per amore» (perché è chiaro che ha accettato di partecipare al colpo solo per liberare il marito della donna che ama da chi lo ricattava) deve fare i conti con nemici sempre più vendicativi e assetati di sangue. Il che permette al regista, già conosciuto per le sue improvvise esplosioni di violenza, di costellare un film dal ritmo sospeso e trattenuto di momenti in cui il sangue sgorga a fiotti e i pestaggi abbondano. Aggiornando così alla crudezza di oggi un personaggio che sembrava uscito dai vecchi noir anni Quaranta e Cinquanta, schiacciato com’è da una stanchezza esistenziale che dà l’idea di nascondere un passato di dolori e preannuncia un futuro di rimpianti. Non andrebbe poi dimenticato che il film è tratto dal romanzo omonimo di James Sallis (in uscita da Giano Editore), il raffinato e colto inventore dell’investigatore privato afroamericano Lew Griffin, le cui atmosfere notturne e i cui personaggi disincantati affiorano qua e là nella sceneggiatura di Hossein Amini. Anzi, proprio questo lascito letterario mi sembra la cosa migliore del film che rischiava di essere una specie di clone aggiornato di Léon (romanticismo esasperato più violenza da fumetti) e che invece ogni tanto riesce a trascinare lo spettatore dentro alla lotta senza quartiere tra l’Individuo e il Sistema, la Generosità e l’Egoismo, l’Amore e il Profitto. Con una avvertenza, però: non prendere troppo sul serio quello che, sotto sotto, è solo il risultato di una sapiente collazione di elementi eterogenei. E non scambiare il simpatico ma un po’ acerbo Gosling per un nuovo Mitchum: là c’era lo spessore di una vita vera che cercava di rivendicare i suoi diritti di fronte alla violenza e al sopruso; qui c’è la scuola di recitazione che insegna a mascherare dietro un paio di trucchi (e di accattivanti sorrisi) il vuoto di un personaggio. Oltre alla furbizia di chi, come Winding Refn, deve dimostrare alla macchina produttiva hollywoodiana di essere pronto per il salto dal cinema indipendente europeo a quello professionale americano.


Il Fatto Quotidiano
Federico Pontiggia

Segnatevi questo nome: Nicolas Winding Refn. Cult per pochi, il genietto danese della trilogia di Pusher, Bronson e Valhalla Rising è sbarcato in America, facendo di necessità produttiva – progetto su commissione – virtù: Drive porta a casa la cifra stilistica, la poetica innervata di romantico pessimismo, la violenza servita con un bacio e il premio alla regia di Cannes. L’ha voluto Ryan Gosling, il meglio attore della Hollywood under 35, folgorato sulla via di Copenhagen, per dirigere l’adattamento del romanzo di James Sallis. Protagonista un pilota talentuoso, “buono” e innominato, della stessa pasta di Clint Eastwood e Steve McQueen: uomini che parlano con le azioni, impugnando un bastone. E Ryan non fa eccezione. Stuntman per il cinema e pilota per la criminalità, ci guida nella generazione precaria, dove l’amore – per la stupenda Carey Mulligan – è solo potenza, la facoltà non si abbina alla proprietà (guida, non possiede auto) e lo spirito paterno sta nella stessa inquadratura della violenza iperrealista, del parossismo vendicativo che rasenta lo splatter. Ma in questa traiettoria di genere, Refn inscrive le prospettive del suo grandangolo, una luce lirica che contrappunta l’ambigua esistenza del protagonista e dell’ambiente fuorilegge, con i cattivi Ron Perelman e Albert Brooks. Scorrerà sangue, ma anche il sentimento: frustrato. Il bacio tra Ryan e Carey finisce con una testa maciullata sotto le scarpe, perché se lo stop & go è nell’intimismo, la carreggiata è sempre action e criminale. E il pilota senza direzione: se tiene la strada come nessun altro, non va dove vorrebbe. Dalle Iene (evocate nei nomi Blanche e Bernie Rose) a Friedkin e Boorman, passando per i tragitti fottuti di Abel Ferrara, l’ascissa on the road di Paul Schrader (Taxi Driver) e l’ordinata mélo di Douglas Sirk, si arriva a “il” modello: Michael Mann, nelle immagini riflesse, nel sottotesto esistenziale, nel nichilismo venato di romanticismo. Refn dà gas, con adrenalina e sapienza scapigliata, regalandoci le migliori sequenze d’azione degli ultimi anni: regista su commissione come l’innominato pilota Ryan, guida da Dio una macchina non sua. E taglia il traguardo: capolavoro. Non perdetelo.


FilmUP.com
Ivan Germano

È proprio come un buon cocktail: sceneggiatura gasante, montaggio adrenalinico, musica di suspense e, perché no, un po’ di "americano". Come si sa, oggi giorno è assai difficile trovare un film di stampo hollywoodiano che si distacchi dai classici canoni anni ’70, per avviarsi sul sentiero del film di genere senza però che la critica asserisca "è il solito film americano". Giorno dopo giorno, infatti, assistiamo all’uscita in sala di pellicole apparentemente simili ma diverse, perché ormai la bravura del regista sta (deve stare) in questo: prendere i soliti ingredientidi trama, musiche e inquadrature (già viste, già sentite), e agitare l’intruglio in un nuovo cocktail prelibato, con le giuste dosi, nella giusta maniera. Nicolas Winding Refn sembra essersi guadagnato così la Palma d’oro a Cannes per la Miglior Regia col film Drive, in uscita nelle sale il prossimo 30 settembre. Dal budget relativamente basso (intorno ai 15 milioni di dollari), il film non presenta detonazioni e soprattutto, nessuna corsa, o almeno, nessuna gara di velocità. Perché seppur il titolo faccia pensare a questo, Driveè invece un film sui sentimentalismi e sui rapporti interpersonali. La storia, certo, quella lontanamente vorrebbe spostarsi sul versante delle corse di cui ci vien detto poco: forse saranno legali, magari clandestine, quel che si sa è che faranno guadagnare parecchio; ma non è lì che Drive vuole arrivare. "Driver" (mi riferisco così a lui perché non verrà mai chiamato per nome), interpretato da un po’ troppo neutro Ryan Gosling, è un giovane che si guadagna da vivere facendo lo stuntman ad Hollywood di giorno, e l’autista per rapinatori di notte. Come di mattina può ribaltarsi in una vettura sottostando alle volontà dei registi per i quali lavora, di notte è lui il padrone, è lui che detta le regole, è lui che scrive la sceneggiatura della sua vita notturna, perché ne va della sua professionalità: non lo si rintraccia mai due volte sullo stesso telefono; è concentrato e taciturno quando è in azione; ha pianificato tutto, eppure sembra ricercare continuamente una nuova via d’uscita, e infine, necessita sempre di auto modificate perché non pochi sono gli inseguimenti in cui è chiamato in causa. Gran parte del film, infatti, si svolge in auto o in un’officina, gran parte della storia viene raccontata o snodata tra i sedili di una vettura. Ma questo è a dir poco ovvio, altrimenti Drive sarebbe un titolo inopportuno. Ed è proprio a bordo di un’auto rubata che comincia l’avventura, l’unica per la quale Driver sarebbe disposto a mettere in gioco la sua stessa vita, ad aspettare quel "minuto in più" per salvare la donna che silenziosamente ama, catapultandosi in un gesto un po’ troppo altruistico che spinge il suo amico Shannon (Bryan Cranston) ad affermare: "Conosco tanti uomini che se la fanno con donne sposate, ma tu sei il primo che rapina un negozio per dare una mano al marito". Basato su una sceneggiatura povera di dialoghi e di lunghe pause tra una battuta e l’altra, Refn dimostra di essersi meritato il premio riuscendo a non far pesare i silenzi grazie agli efficaci sottofondi bassi che riempiono l’atmosfera della giusta dose di imprevedibilità. Perché nella malavita californiana niente è mai sicuro, di nessuno ci si può fidare, e perché, in questo clima, l’inatteso, Refn, sa come farlo arrivare: un’esplosione, uno sparo, che giunge dopo aver dissolto gradatamente le note basse sul silenzio senza che nessuno se ne sia reso conto. È così che il regista ha lavorato, servendo a tutti il suo eccitantecocktail d’azione.


Il Messaggero
Fabio Ferzetti

Quando un biondino dallo sguardo impassibile si mette al volante preparatevi al peggio. Presto o tardi accadranno cose tremende. Ma prima che il sangue inizi a zampillare e il biondino riveli la violenza selvaggia nascosta dietro la sua aria angelica, il film ci regalerà alcune delle più straordinarie scene di inseguimento del cinema contemporaneo. E una inevitabile riflessione sulla disinvoltura con cui oggi molti registi manovrano l’eredità del grande cinema del passato. Svuotandone poco a poco le forme e le mitologie dall’interno, per così dire. Come se il mondo oggi fosse diventato troppo complesso (troppo pesante) per rappresentarlo davvero. E il massimo dell’impatto coincidesse con il massimo della leggerezza, della volatilità, dell’incorporeità. Che è il grande tema veicolato dai film sulla velocità e dal piacere innegabile che procurano. Questa lunga premessa può sembrare a sua volta pesante per un concentrato di corse e adrenalina come Drive, esordio a Hollywood del 41enne danese Nicolas Winding Refn, astro in ascesa sull’affollata (e sempre più efferata) scena mondiale del noir. Ma è la struttura del film, così vistosamente (così infantilmente) diviso in due, che spinge a chiedersi perché a una prima parte tutta corse e speranza segua una seconda parte dominata dalla violenza più cieca. Come se dopo averci fatto volare Winding Refn dovesse ricordarci con brutalità che abbiamo un corpo, fatto di carne e sangue. Anche se i personaggi che manovra sono un impasto così sapiente di cliché e mitologie mutuati da cento altri film da risultare troppo inconsistenti per sostenere una vera svolta drammatica. Stuntman e meccanico di giorno, autista per rapine di notte, l’imperturbabile Ryan Gosling guida da dio, non parla quasi mai, non ha nemmeno un nome. Un samurai del volante che un giorno incrocia lo sguardo da cerbiatto di una vicina con figlioletto (Carey Mulligan), e naturalmente si mette in un mare di guai. Anche Drive però si trasforma. Da noir «techno» e turbo, con una Los Angeles notturna esaltata dai grandangoli e dalle luci scolpite del direttore della fotografia Newton Thomas Sigel, diventa una storia d’amore impossibile (la vicina ha un marito in galera ma il driver è un uomo d’onore, non la sfiorerà con un dito, anzi darà una mano a quel poveraccio). Quindi svolta in horror-thriller, con «timing» perfetto, scene geniali (l’irruzione nei camerini delle spogliarelliste che assistono a un pestaggio ferocissimo senza smettere di farsi le unghie o spedire sms). E impennate splatter così insistenti da insospettire. Il divertimento è innegabile, anche perché il danese spreme meraviglie dai comprimari (memorabili il gigante Ron Perlman e il regista di commedie Albert Brooks trasformato in gangster terrificante). Ma quando i «cattivi» sono così stupidi e unidimensionali, puro pretesto per violenze senza limiti e senza colpa, resta sempre addosso un certo disagio.

 


Cinecircolo Diego Fabbri - Abbiategrasso (MI)