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Faust

Titolo originale:
Nazione:
Anno:
Genere:
Durata:
Regia:
Cast:


Produzione:
Distribuzione:

Faust
Russia
2011
Drammatico
134'
Aleksandr Sokurov
Hanna Schygulla, Maxim Mehmet, Isolda Dychauk, Georg Friedrich, Joel Kirby, Antoine Monot Jr., Eva-Maria Kurz, Katrin Filzen, Florian Brückner
Proline Film
Archibald Enterprise Film

 

Coming soon
Federico Girono

Curioso, o forse perfettamente logico, che la tetralogia sul potere di Alexandr Sokurov si concluda con un personaggio e una storia che l'Adolf Hitler protagonista di Moloch (primo film della serie) disprezzava, e che invece il Vladimir Lenin del successivo Taurus teneva in grande considerazione. Come che sia, Faust arriva perfettamente consequenziale alla progressiva astrazione tematico-teorica della quadrilogia, dopo gli accenni già parzialmente ma pesantemente filosofici in senso ampio di quel Il sole che raccontava invece l'imperatore Hirohito. Mettendo le mani sulla tragedia di Goethe, Sokurov sceglie un personaggio di finzione per portare alle massime conseguenze il suo ragionamento sulle ambizioni e sulle perversioni umane, sulle bramosie di potere che nascono e si autoalimentano ad ogni successiva conquista. Il Faust di Sokurov è un uomo di scienza, un medico ossessionato dalla conoscenza razionale e dalla replicabilità del creato, non a caso fin dall'inizio contrapposto a figure religiose di dubbia utilità e moralità. Un uomo che si lega al (letteralmente) mefistofelico usuraio cui solo verso la fine del film venderà l'anima perché roso e corrotto dal bisogno e desiderio di denaro prima, e dalla lussuria poi. Proprio quando va toccare una vicenda di finzione e con diversi e ovvi risvolti metafisici, ecco che Sokurov riesce ad affermare con sempre maggior potenza (e con interessante slittamento rispetto a Il sole) la natura tutta beceramente terrena e materialista dell'idea di potere: nemmeno di fronte all'ultraterreno, l'uomo cede e rinuncia alla sua ubris. Ossessionante e oppressivo, ostico e logorante per lo spettatore, cui sembra che Sokurov abbia volutamente riservato un'esperienza fisicamente faticosa, Faust è carico di materia, materialismo e materialità in tutta la sua sontuosa e sorprendente messa in scena, teatrale come solo certo cinema può essere. Impressionante (in più di un senso) dal punto di vista tecnico, nell'uso delle diverse focali, del formato, della fotografia, delle musiche, il film del russo è visivamente paragonabile alle opere di Bruegel padre e figlio, e persino di quelle di Hyeronimus Bosch. Barocco e sovraccarico, Faust propone prospettive e corpi costantemente deformati, spazi angusti e claustrofobici, ammassi umani, costanti contatti fisici forzati o cercati che fanno il paio con l’inarrestabile e inesauribile fiume di parole che i protagonisti si riversano addosso intrecciandosi e sovrapponendosi in laocoontiche configurazioni semantiche. L’ansia del vuoto e della solitudine di Faust è l’ansia dell’ottenimento del suo potere, dell’avida bramosia di sapere, denaro e corpi, e il suo diabolico complice è sempre lì pronto a riempire, a titillare, ad appoggiare e stuzzicare, per una soddisfazione che sia solo fonte di nuovo bisogno. Solo in un finale dove l’ambizione faustiana conduce il protagonista a un cammino solitario e cieco verso un assoluto che è glaciale deserto, Sokurov concede spazio e silenzio: perché la ricerca del potere è vuota, e al vuoto solitario (e infernale) conduce. Come e ancora di più del suo lavoro precedente, il Faust di Alexandr Sokurov è cinema puramente esperienziale: e come tutte le esperienze, positive o negative che progressivamente possano essere, sono destinate a lasciare un segno.


La stampa
Alessandra Levantesi Kezich

Nasce nel Medioevo la figura di Faust; e, da principio, è un ciarlatano che vende l’anima al diavolo per scopi bassamente terreni. Ci sono voluti prima Marlowe (1587) e poi, a distanza di circa due secoli, Goethe per nobilitarlo, facendone un personaggio motivato da una inesauribile brama di conoscere. Da allora, sulla scia del poeta tedesco, c’è stato un proliferare di variazioni sul tema, messe in scene teatrali, opere liriche, componimenti sinfonici e, naturalmente, film. Nel 1927 la storica versione di Pabst, nel 1949 quella di Renè Clair, nel 2011 è stata la volta di Sokurov che con l’adattamento più impervio di tutti ha vinto il Leone d’oro a Venezia. Accostatosi al capolavoro sul viatico di un bellissimo saggio di Thomas Mann scritto nel 1938, il cineasta russo ha fatto di Faust, pur personaggio di fantasia, il protagonista del capitolo finale (dopo Hitler, Lenin e Hirohito) della sua tetralogia sul Potere. Argomento per cui ha un’attrazione non solo poetica: vedi il suo rapporto con Eltsin (cui ha dedicato un interessante ritratto ravvicinato) e la sua dichiarata simpatia, vogliamo chiamarla così?, per Putin. E tuttavia Sokurov non è un cineasta di regime, è un artista e il suo è un film notevolissimo che, reinventando liberamente la pagina, imprime una scolorata atmosfera di sensibilità preromantica sul serrato dibattito filosofico/teologico dei due protagonisti. Incarnato da Johannes Zeiler, quarantenne attore tedesco, Faust, in luogo di apparire all’inizio il vegliardo delle tradizione, è un uomo nel pieno possesso delle forze, il che dà conto dei quelle sue prerogative giovanili di energia ribellistica, attrazione per l’eterno femminino, aspirazione all’assoluto che ne hanno fatto un simbolo universale di umanità. Accanto a lui, Mefistofele che, per dirla con Mann, rappresenta «l’ironica autocorrezione del titanismo giovanile di Goethe/Faust». Sokurov ne fa una figura indimenticabile: mefitico, laido, grottesco, sarcastico persino riguardo i disvalori di malvagità che propugna. Certo, si tratta di un film difficile, ermetico, e tuttavia il premio veneziano rappresenta un segnale forte dal punto di vista estetico; e, insieme, una sorta di invito a rimettere al centro del dibattito quella tensione dialettica fra mondanità (il diavolo goethiano è uomo di mondo) e spiritualità, arenatasi nei tempi attuali causa latitanza di quest’ultima.


L'Unità
Dario Zonta

Esce quasi in sordina nelle sale italiane l’ultimo Leone d’oro di Venezia, il Faust di Aleksandr Sokurov. Poche copie perse nel chiacchiericcio cinematografico italiano tra questioni di principio, seppur sacrosante - come l’assurdo divieto ai 14 anni per l’ultimo film della Comencini (chissà quanti minori di 14 anni avevano programmato questo week end di andare a vedere la Comencini piuttosto che Final Destination!) - ed eterne disquisizioni sul potere scaramantico della commedia italiana pre-natalizia, che coglie un’Italia ancora ridanciana. In un contesto come questo, con qualche doverosa eccezione (come il must di Sorrentino), escono dei film che noi crediamo imprescindibili e che – anche quando criticabili – cercano di ragionare sul chi siamo e dove andiamo, senza perdere di vista la dimensione estetica e cinematografica, senza perdere di vista il destino del mondo. E così capita che proprio in questi giorni nelle sale ci sia appunto un’accoppiata di film che se visti nell’arco di un stesso tempo mentale può davvero produrre un senso altro e alto. Oltre al citato Faust di Sokurov, è uscito, inosservato, Melancholia Lars Von Trier, reduce da una disastrosa Cannes, grazie alle orrende dichiarazioni razziste del suo regista. Ora non indugiamo sul film di Lars Von Trier se non per dirvi che è uno dei suoi migliori dai tempi di Le onde del destino e che la malinconia del titolo è quella per la morte, per la fine di tutto, unafine senza speranza, senza più neanche il «destino», senza al di là (in questo molto lontano dalla visione panteistica di Terence Malick, che a Cannes ha preso la Palma d’oro). La «Terra è cattiva» dice la protagonista prima che il pianeta Melancholia con la sua danza macabra faccia brillare il mondo. Il cinico Lars arriva, da posizioni estreme in un film dal sicuro fascino metafisico, a dichiarare un solenne nichilismo senza redenzione. UN EROE PERSO Aleksandr Sokurov, uno dei maggiori autori del nostro tempo, interroga invece uno dei miti letterari fondativi della cultura occidentale, il Faust di Goethe, per scatenare un’identica apodittica sentenza. Il suo eroe è perso da subito, si è perso sin da subito nella sua stessa voluttà che non è neanche più quella del sapere, ma quella tautologica del voler volere. Io voglio,dunque sono. Il Faust di Sokurov è vanesio e narciso (il narcisismo come male del secolo), distratto dai morsi della fame e dalle forme, seppur estatiche, di un Margherita ancora angelica. E in quel mondo anche il sacro è perso, è spento, è lontano.Mefistofele ne ha nostalgia. Quando vede una statua della Madonna l’abbraccia come a voler fermare un simulacro che si sta sciogliendo, che si è disciolto nel tempo, nell’arco di un tempo, quello del Novecento, che nella sua fama di potere (e di volere) ha perso qualsiasi anima. Quale diavolo oggi comprerebbe l’anima di un uomo? Quale anima? Sebbene ambientato nell’Ottocento di Goethe, questo Faust ne è la trasposizione assolutamente contemporanea, meglio novecentesca. Non a caso Sokurov ritiene questo suo ultimo film come l’ultima parte di una tetralogia sul potere, iniziata con Moloch su Hitler, continuata poi con Taurus su Lenin e Il sole su Hiroito (e quanti altri dittatori del tempo e del sapere avrebbero potuto comporre questa pala d’altare?). Cosa rimane dell’anima umana dopo il «secolo del potere »? Quale idea del sacro ci salverà? Il finale in un ade islandese con il demonio lapidato come fosse una prostituta sacra non lascia speranze, come quello di Lars Von Trier. Ma questa dichiarazione di insensatezza comesalva l’autore dalla sua opera? Sokurov e Von Trier ci hanno condotto fin sulla soglia dell’abisso, e poi dentro. Da lì non se ne esce. Molti artisti hanno visto la fine in faccia: o ne hanno tratto le conseguenze o hanno indicato unapossibilità d’uscita. In questo corno noi rimaniamo.


Gazzetta di Parma
Filiberto Molossi

«L'uomo vuole volare, ma non sopporta la vertigine». E' un film per pochi ma buoni, che non si lascia vedere a poco prezzo, questo: ma chiede e pretende, esige oltre che dare. Un film che va oltre il film stesso e si fa esperienza prima ancora che esperimento, guardando alla futilità terrena dei desideri per mirare alle vette dell'opera d'arte. Là dove anche il cinema è un fatto a sè, sentiero impervio e solitario, sintesi ermetica di rarefatta bellezza. Riflessione filosofica dall'altissimo (e spiazzante) valore formale, «Faust», Leone d'oro all'ultima Mostra di Venezia, scrive - suggellando un patto col diavolo - la parola fine alla ostica ma affascinate tetralogia dedicata da Sokurov alle varie facce del potere. Il formato in 4/3, l'uso dei filtri, il grandangolo che distorce l'immagine: riletto il capolavoro di Goethe anche alla luce della sua «Teoria dei colori», Sokurov gira un'opera pittorica e coltissima, potente quanto complessa, nella quale il maestro russo offre una clamorosa lezione stilistico-espressiva. Ma osserva anche col dovuto distacco un mondo dove «il bene non esiste ma il male invece sì» e l'anima vale troppo poco per interessare ancora seri acquirenti. E allora ecco che Mefistofele non è che un usuraio ostinato e deforme e Faust un mediocre rappresentante di un'umanità affamata di conoscenza, ma in perenne ansia, priva di vera pace. Ricco, curatissimo, melmoso in quelle sue tonalità che tendono al marrone, il film, che ha due interpreti perfetti, è grottesco, verboso, anche molto difficile. Solo per veri cinefili o aspiranti tali: pronti a scalare l'Everest anche con l'attrezzatura per il Monte Penna.

 


Cinecircolo Diego Fabbri - Abbiategrasso (MI)