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Terraferma
Titolo originale:
Nazione:
Anno:
Genere:
Durata:
Regia:
Cast:


Produzione:
Distribuzione:

Terraferma
Italia, Francia
2011
Drammatico
88'
Emanuele Crialese
Donatella Finocchiaro, Beppe Fiorello, Martina Codecasa, Claudio Santamaria, Filippo Pucillo, Mimmo Cuticchio, Tiziana Lodato, Titti, Robel Tsagay
Cattleya, Rai Cinema
01 Distribution

 

L'Unità
Alberto Crespi

Al quarto lungometraggio, “Terraferma”, Emanuele Crialese tira il fiato. Capita, è quasi fisiologico. Dopo l’epopea proletaria di “Nuovomondo“ il regista torna ai luoghi e alle atmosfere di “Respiro”, il film che lo rivelò nel 2002 dopo l’o pera prima (girata in America) “Once We Were Strangers”. Siamo su un’isola al largo della Sicilia: la famiglia Pucillo vive ancora di pesca, nonno Ernesto è un convinto difensore dei valori tradizionali, la nuora Giulietta (vedova) vorrebbe invece guadagnare affittando la casa ai turisti e sogna di garantire al figlio Filippo un avvenire lontano, in continente. Il film è la storia di un’estate in cui il sogno di Giulietta si scontra con problemi di vario tipo, e con una serie di sbarchi di migranti che sconvolge la vita dell’isola e della famiglia. Anche in questo caso Crialese analizza le dinamiche psicologiche e sociali di un microcosmo, ma la felice compattezza di “Respiro” sembra venir meno. Il “grande tema” dei clandestini è sovrapposto ad una trama che non lo richiede, che quasi (forse inconsciamente) lo respinge. Come in “Cose dell’altro mondo” gli stranieri non diventano personaggi, né tanto meno persone, ma servono come cartine di tornasole per i drammi e i desideri degli italiani; e lo stile estetizzante con cui Crialese gira gli sbarchi e gli annegamenti, quasi equiparandoli alla pesca e ai tuffi dei turisti, è fastidioso. A suo tempo Visconti venne accusato di aver “abbellito” i pescatori di “La terra trema”: ma in quel film i proletari erano i veri protagonisti, e il regista milanese dava loro consapevolmente la stessa dignità estetica di una statua greca o dell’eroe di un film epico. Qui Crialese racconta un sogno ai margini della globalizzazione, in cui le tragedie rimangono sullo sfondo, anche se lo spirito anti-leghista e la vecchia legge del mare – per cui i naufraghi vanno salvati comunque, da dovunque arrivino – hanno una loro nobiltà.


L'Espresso
Roberto Escobar

Non ho mai abbandonato nessuno in mare", dice il vecchio Ernesto (Mimmo Cuticchio), con l'orgoglio morale di chi, in settant'anni, dal mare ha imparato durezza e generosità. E ora, mentre dalla sua barca da pesca vede uomini e donne nuotare disperati verso la vita, dovrebbe obbedire all'ordine scellerato di non farli salire a bordo. Viene, quell'ordine, da una politica che vive nella e "della" paura: non bisogna raccoglierli, i poveri migranti che giungono dall'altra parte del Mediterraneo, ma lasciarli a qualche motovedetta che li porterà all'ammasso, peggio che se fossero bestie. Ma Ernesto conosce da sé quel che è giusto, e disobbedisce. Questo è "Terraferma" (Italia e Francia, 2011, 88'): il racconto di una famiglia di pescatori e di tutta un'isola - e insieme di un Paese intero, il nostro - che si trovano a scegliere tra la fedeltà alla propria coscienza e alla propria storia antica e la resa alla nuova volgarità che tutto riduce a frastuono televisivo. Potrebbe esser Lampedusa, l'isola dove si svolge il film di Emanuele Crialese e del cosceneggiatore Vittorio Moroni. E potrebbe anche essere un lembo di terra immaginario, posto a metà fra due mondi che si fronteggiano, inconciliabili: quello di un egoismo che vede solo se stesso e si chiude nella propria miseria, e quello di uomini e donne che si aprono al dolore e alla speranza di altri uomini e donne, e in questo si fanno più ricchi. Così è Ernesto, appunto. Ma così non è il figlio Nino (Giuseppe Fiorello), per cui la dignità asciutta del padre è un fastidio, un ingombro che minaccia il fatturato turistico. E poi c'è il nipote Filippo (Filippo Cucillo, molto bravo), indeciso fra nonno e zio. Quale sarà la sua "terraferma"? Quale sarà l'approdo saldo della sua ancor giovane vita? Dice cose importanti, Emanuele Crialese. In una metà del film lo fa con la lingua severa della gente di mare, e con l'intensità "materiale" e mitica del suo "Respiro" (2002). Nell'altra metà, invece, cede a un intento troppo didascalico, e soprattutto rischia di inquinare il proprio buon cinema con l'espressività volgare del mondo volgare che vuol condannare (fastidiosi, qua e là emergono elementi di una commedia all'italiana contaminata dalla fiction televisiva). Per sua e nostra fortuna, però, la dignità di Ernesto rimane ben salda al centro di "Terraferma". E ben salda rimane la grandezza morale di uomini e donne pronti a disobbedire, quando si tratta della vita di altri uomini e altre donne.


Cinematografo.it
Valerio Sammarco

Il legame con le tradizioni, la spinta verso il nuovo. Tutt'intorno c'è il mare, le sue antiche leggi. E le attuali leggi degli uomini, che proprio nel mare lasciano annegare la speranza di un mondo ancora capace di salvare, salvarsi, attraverso l'altruismo, la pietas. Filippo (Pucillo, alla terza prova d'attore con Crialese), è un 20enne di Linosa, orfano di padre, pescatore insieme al nonno Ernesto (il "puparo" palermitano Mimmo Cuticchio), cresciuto senza aver mai abbandonato l'isola, "incastrato" tra gli echi di una realtà quasi mitologica e la fascinazione verso un nuovomondo vagheggiato dalla giovane mamma Giulietta (Donatella Finocchiaro) e già fatto proprio dallo zio (Beppe Fiorello), che agli inesistenti guadagni della pesca ha preferito la certezza dell'effimero, "animando" le vacanze dei tanti turisti che in estate affollano quel lembo di terra. Ferma, in questo insanabile conflitto tra le proprie radici e la modernità: a spezzare lo stallo, la comparsa in mare di alcuni disperati che rischiano di affogare. Lasciarli lì è fuori discussione, salvarli è fuorilegge: ma è il mare, in mare, a comandare. E il cuore a regolare l'azione di Ernesto e Filippo, che "clandestinamente" danno asilo a Sara (Timnit T., immigrata la cui storia ha realmente ispirato Crialese per il soggetto), a suo figlio e alla bambina che nascerà da lì a poco. Respiro, Nuovomondo, Terraferma: la profondità, la separazione, il confronto; il mare quale paradigma di un cinema, quello di Emanuele Crialese, che inghiotte di volta in volta lo sguardo e riporta in superficie l'essenza delle cose, della natura umana, senza scorciatoie o vezzi inutili. E che in questo caso esplode con forza nell'incontro tra Sara e Giulietta, entrambe desiderose di raggiungere la propria "terraferma", con la seconda consapevole del rischio corso di fronte alla legge per aiutare l'altra: "favoreggiamento all'immigrazione clandestina", il reato che oggi viene imputato a chi offre asilo ai disperati del mare. Umanità che rimette alla prova se stessa, la risposta che Crialese affida al suo ultimo, bellissimo film, consegnando infine al giovane Filippo il timone di un avvenire che ritrovi la luce dopo il buio di una difficile traversata.


Cinefilos.it
Scilla Santoro

Dopo Respiro e Nuovomondo, Emanuele Crialese torna alla regia – ma firma anche soggetto e sceneggiatura – con Terraferma, conquistando la Giuria di Venezia 2011, che gli assgna il Premio Speciale. Riannoda i fili con la sua precedente cinematografia il regista romano di origini siciliane: l’incontro/scontro col diverso, l’altro, lo straniero; il tema della migrazione, ma anche il racconto dell’Italia e degli italiani, per indagare come eravamo, come siamo e quale futuro stiamo costruendo. Perciò, se con Nuovomondo ci aveva ricordato il nostro passato di migrazione verso l’America, suggerendoci in prospettiva una lettura del fenomeno migratorio oggi, con Terraferma si mantiene su questi temi, muovendosi però nella stretta contemporaneità. Siamo in Sicilia, a Linosa, dove d’estate dal mare, elemento principe del cinema di Crialese, arrivano due tipologie di esseri umani a scardinare gli equilibri, già precari, di una piccola comunità di pescatori: sono turisti e clandestini. Due opposti, due facce della stessa medaglia: il benessere, che si manifesta attraverso un turismo di massa spesso arrogante e ottuso, ma ormai quasi unica risorsa per gli isolani. E, all’altro estremo, la disperazione, la povertà, che spingono i migranti a inimmaginabili epopee pur di tentare l’approdo a una nuova trraferma e a una nuova vita. Crialese riesce a fotografare in maniera non banale, nè semplicistica questi due fenomeni, in particolare la situazione che l’Italia vive, essendo uno dei primi approdi europei dei clandestini provenienti dall’Africa. Una situazione affrontata a livello istituzionale con la politica dei respingimeni in mare, di cui il film denuncia i limiti pratici e non solo. Il regista mostra gli isolani posti di fronte a scelte paradossali in un contesto già complicato, in cui è alto il rischio di alimentare paura e diffidenza verso gli immigrati, verso un”altro da noi” col quale dovremmo invece imparare a confrontarci. Tutto ciò è esemplificato in maniera non didascalica, ponendo i protagonisti “nell’occhio del ciclone”. In quanto pescatori al largo delle coste siciliane, infatti, essi affrontano in prima persona il problema degli sbarchi e del soccorso in mare dei migranti. Ognuno lo fa secondo il suo punto di vista. Ne nasce uno scontro di visioni opposte, in cui si specchia anche il mutamento del Paese attraverso le generazioni. Se infatti la generazione dei nonni, come Ernesto/Mimmo Cuticchio che sembra uscito da un romanzo verista, non può e non vuole derogare al codice di valori in cui è cresciuto, che impone soccorso e solidarietà, i quarantenni sembrano avere altri punti di riferimento, altri parametri. Il figlio di Ernesto, ad esempio, ben interpretato da Giuseppe Fiorello, ha puntato tutto sul turismo e vede i clandestini come una minaccia ai propri affari. Sua cognata Giulietta – una efficacissima Donatella Finocchiaro – vorrebbe essere solidale da un lato, ma dall’altro teme le conseguenze di gesti illegali per tutta la sua famiglia. Comunque anche lei, vera protagonista del film, è ben cosciente dei mutamenti sociali in atto e determinata a scrollarsi di dosso il passato, a cambiare vita. Non vuol essere una moderna Penelope. È una donna forte – come sempre le donne di Crialese – che la Finocchiaro interpreta con intensità e aderenza, impegnata a garantire un futuro diverso a sè stessa e a suo figlio Filipo/Filippo Pucillo. Quest’ultimo, ventenne, sta cercando di capire chi è, chi vuole diventare e l’esperienza che vivrà sarà decisiva per lui. Non è manicheo lo sguardo di Crialese sugli italiani in questo film. I personaggi sono comlessi e ritratti con vivido realismo. Quelli positivi vi potranno stupire con il loro lato oscuro, mentre con quelli più antipatici forse finirete per solidarizzare (a proposito, troverete anche Claudio Santamaria, insolito nei panni di un odioso finanziere). Un discorso a parte occorre fare, perchè tutto si fa più asciutto ed essenziale, quando la macchina da presa si concentra sui migranti e il regista punta al cuore del pubblico: primi piani di sguardi intensi, fieri e dignitosi. Volti, mani, corpi, di frote ai quali ogni commento è superfluo. Coadiuvato da un’ottima fotografia, lo sguardo si sofferma poi con grande cura sulla natura di Linosa e, diffusamente, sull’elemento acquatico, che è l’altro protagonista della pellicola, portatore di novità, dove tutto ha inizio e tutto termina.


Ondacinema.it
Giuseppe Gangi

Emanuele Crialese si è imposto all'attenzione di critica e pubblico già al suo secondo film, quel "Respiro" che nel 2003 fece applaudire il Festival di Cannes, ambientato nella Lampedusa degli anni '60. Poi con "Nuovomondo" l'ambizioso racconto del grande viaggio dei migranti siciliani verso l'America, la terra dell'abbondanza immaginata, si confermava come uno dei registi più interessanti nel panorama della penisola. Sono passati cinque anni dalla sua ultima fatica e c'erano molte attese per un progetto che sembrava continuare il percorso di Crialese, con un'adesione molto più radicata all'attualità. Adesso il nuovo mondo è la (nostra) Terraferma: il film si ispira anche alla vera storia di Timnit T., alla quale il regista di origini siciliane ha chiesto di "reinterpretarla". In un'isola siciliana sono rimaste poche anime, per lo più vecchi pescatori a riposo: l'unico a non arrendersi - come non manca di fargli pesare il figlio Nino interpretato da Beppe Fiorello - né a un mestiere che non rende più, né agli acciacchi dell'età, è Ernesto, settantenne testardo e burbero che vuole continuare per la sua strada, anche per non far demolire il peschereccio del figlio scomparso in mare. Nella famiglia protagonista, dalle evidenti ascendenze verghiane, si confrontano tre generazioni, quella del suddetto nonno, quella dello zio Nino e della vedova Giulietta, e del figlio ventenne, Filippo. Alla rocciosa solidità del tradizionalismo di Ernesto si oppongono i personaggi di Nino e di Giulietta: il primo è essenzialmente un superficiale, alla spasmodica ricerca di guadagno, mentre la donna vuole offrire più possibilità e un futuro diverso al figlio. Nel mezzo vaga confuso proprio Filippo che, non sapendo cosa fare, aiuta il nonno e se ne sta per i fatti suoi, "bloccato" come dice lo zio. Quando Ernesto fa salvare alcuni africani rimasti in mezzo al mare su un gommone, si capisce come non sia solo depositario di una stereotipata saggezza ma di un senso morale in via di dissolvimento. L'etica del marinaio che non lascia nessuno in mare è ciò che lo spinge ad aiutare quei disperati, nonostante i problemi che ne seguiranno (cioè il sequestro del suo peschereccio). I toni di "Terraferma" sono quelli di una favola realista, del racconto morale-didascalico: quasi strutturalmente soffre di una scrittura votata a delle affettazioni stereotipiche, con personaggi caratterizzati in base alla funzione che devono svolgere nella narrazione; basti pensare al ruolo della madre (la comunque brava Donatella Finocchiaro) che, inizialmente si mostra severa col figlio e dura con la clandestina che aiuta a partorire, per poi costruire con lei un prevedibile rapporto di sorellanza tra donne e madri. Anche le stesse forze dell'ordine, carabinieri e finanzieri (il cui comandante è interpretato da un Santamaria dallo strano accento settentrionale), sono metafora d'uno Stato in guanti bianchi, presente fisicamente ma assente in senso politico e morale. Con l'arrivo dei clandestini, Crialese sembra anche voler offrire uno spaccato sinottico delle varie realtà, persino etnologico, considerando come rivolta direttamente allo spettatore la sequenza della riunione dei pescatori, verosimilmente coi veri pescatori dell'isola, che si chiude con la verità storica e personale di uno dei più anziani che spiega "l'antica legge del mare". Purtroppo però, nel complesso, l'autore perde il polso del racconto che va disperdendo la propria tensione in scontate sviolinate sentimentali, col solo Filippo a fare da trait d'union tra prima e seconda parte: la sua ribellione nel finale è un modo personale di incontrarsi con "l'altro" ed evolversi umanamente. Girato a Linosa, anche se non viene mai menzionato tale nome ed è sottinteso il riferimento agli sbarchi lampedusani, l'isola è protagonista tanto quanto i personaggi, che la definiscono come uno scoglio "‘ntu mezzu u' mari". A partire dal bell'incipit che si conclude con il peschereccio tirato a secco, con un'inquadratura dal basso e gli stridenti ruomori metallici che zoomorfizzano l'imbarcazione, ricordando una balena spiaggiata, sono molti i momenti alti che confermano quello di Crialese come uno degli sguardi più personali e particolari del nostro cinema; è intenso il suo rapporto col mare: liquido amniotico pieno di vita, bacino trasparente, oscuro viluppo d'acqua. Scelgo tre momenti distinti: la parentesi edonista del giro turistico con Fiorello showman, gara di tuffi, e in sottofondo "Maracaibo"; Filippo e la turista milanese che, facendo un giro notturno in una barca "presa in prestito", si ritrovano in mezzo a dei naufraghi disperati che cercano di salire a bordo: qui Crialese compone un dinamico gioco d'ombre e di dettagli, rendendo la scena, molto drammatica, quasi orrorifica e carpenteriana; infine, quel rallentamento dei frame che disegna il mare come un'abissale superficie frastagliata e la barca come una navicella puntata verso l'ignoto.

 


Cinecircolo Diego Fabbri - Abbiategrasso (MI)