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Le donne del 6° piano

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Durata:
Regia:
Cast:


Produzione:
Distribuzione:

Les femmes du 6ème étage
Francia
2011
Commedia
106'
Philippe Le Guay
Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas, Berta Ojea, Nuria Solé, Concha Galán, Muriel Solvay, Annie Mercier
Vendôme Production, France 2 Cinéma, SND
Archibald

 

L'Espresso
Roberto Escobar

Si fatica ad accettarla, la favola bella di "Le donne del sesto piano" ("Les femmes du 6ème étage", Francia, 2010, 106'). Può mai un agente di Borsa parigino abbandonare il suo train de vie - il suo oeuf à la coque mattutino e il suo appartamento elegante - per trasferirsi nei pochi metri quadri d'una stanza per la servitù? In ogni caso, questo raccontano Philippe Le Guay e il cosceneggiatore Jérôme Tonnerre. A cinquant'anni suonati, Jean-Louis Joubert (Fabrice Luchini) non è infelice, ma neppure felice. Le sue giornate cominciano con l'uovo fatidico, proseguono tutte uguali in ufficio, e finiscono con il ritorno a casa da Suzanne (Sandrine Kiberlain), stremata per il gran daffare tra un tè con le amiche, un paio d'ore dal parrucchiere e una visita a una galleria d'arte. Così accade da anni, al buon Jean-Louis. Anzi, da sempre. E però - ecco l'inizio della favola - dalla Spagna arriva la giovane Maria (Natalia Verbeke). Siamo nel 1960, e per i francesi di buona famiglia le domestiche spagnole sono la normalità. Nella grande casa ad appartamenti dei Joubert ce ne sono cinque o sei, tutte alloggiate all'ultimo piano, quello della servitù. E lì finisce anche Maria, assunta da Madame Suzanne. A questo punto del racconto molti rischi gravano su "Le donne del sesto piano". Il padrone potrebbe insidiare la serva, o la serva potrebbe sedurre il padrone. Ancora, Maria e Suzanne potrebbero contendersi Jean-Louis. Peggio, il gruppo delle spagnole potrebbe esibirsi in qualche piazzata alla Almodóvar. Per fortuna, niente di questo accade. La sceneggiatura non rincorre cliché, e non generalizza. Al contrario, va alla ricerca dell'umanità dei protagonisti: del perbenismo superficiale ma incolpevole di Suzanne, degli slanci e dei timori di Maria, della solitudine un po' sciocca di Jean-Louis. E così siamo al fatto. Contagiato dalla vitalità delle spagnole, Monsieur Joubert lascia Suzanne e si trasferisce al sesto piano. Per la prima volta, dice, ho una casa davvero mia. Quanto a Maria, è così fresca e desiderabile che se ne potrebbe innamorare persino un agente di Borsa. Insomma, la commedia è diventata favola, e corre veloce verso un esito lieto. Alla fine, appunto, in un paesino assolato della Spagna di mezzo secolo fa Jean-Louis sorride felice a Maria, del tutto dimentico del suo oeuf à la coque. Ci si può credere? Detta così forse no. Ma la regia leggera di Le Guay e la recitazione trattenuta di Luchini e degli altri rendono verosimile l'inverosimile.


Corriere della Sera
Paolo Mereghetti

La particolare configurazione architettonica, a Parigi, dei condomini borghesi costruiti a cavallo tra Ottocento e Novecento aveva favorito una rigida divisione sociale: nel sottotetto, la cui altezza permetteva di ricavare stanze abitabili, era alloggiata la servitù mentre nei piani sottostanti stavano le famiglie presso cui prestavano servizio. Una separazione che si è imposta anche nel linguaggio quotidiano se ancora oggi quei «monolocali», spesso affittati a studenti stranieri e non più alle domestiche, vengono indicati come «chambres des bonnes». Una definizione che unisce connotazioni di censo e insieme di classe e a cui il cinema francese aveva fatto spesso ricorso, da quando Robert Lamoureux vi trovava la fidanzata ideale in Papà, mamma, la cameriera e io (perché naturalmente per farla accettare ai genitori, non trovava di meglio che assumerla in casa come domestica... tanto già abitava nel sottotetto!) fino ai rifugi di tanta Nouvelle Vague che in quelle stanze sotto il cielo si consumava di fantasie e di amori. Nel film di Philippe Le Guay, presentato fuori concorso all’ultimo festival di Berlino, le stanze del sesto piano tornano ad essere occupate dalle «bonnes», dalle domestiche. E siccome siamo nei primissimi anni Cinquanta, quelle del film sono tutte spagnole, venute da oltrepirenei, per rimpiazzare le donne bretoni che l’età o il nuovo benessere fa allontanare da questo servizio (come in Italia era successo con le venete: ricordate la Gravina dei «Soliti ignoti»?). Il film comincia proprio con questo «traumatico» cambio della guardia: la vecchia domestica dei Joubert lascia il posto e su consiglio delle amiche, la signora Suzanne (Sandrine Kimberlain, perfetta nel restituire l’aria tra l’altezzoso e l’odioso tipica di certa piccola borghesia arricchita) si decide ad assumere una cameriera spagnola, Maria (Natalia Verbeke). Tanto, come le hanno fatto notare, l’unica loro esigenza è quella di andare a messa la domenica, «alla funzione delle sei del mattino!». Perfetta nell’assolvere ai propri doveri, irreprensibile nel cuocere l’uovo alla coque del padrone di casa solo tre minuti e mezzo («un uovo troppo cotto o duro ti fotte la giornata» sentenzia), inattaccabile dal punto di vista della pulizia personale (questa invece è la fissazione di madame), Maria conquista ben presto la fiducia dei Joubert. E soprattutto quella di monsieur Jean-Louis (Fabrice Luchini), titolare di una rispettata agenzia di investimenti borsistici, meticoloso, pignolo, metodico ma soprattutto vulnerabile di fronte al calore umano e alla contagiosa allegria che si respira al sesto piano, dove oltre a Maria vivono la zia Concepción (Carmen Maura), la «militante» Carmen (Lola Dueñas), la pia Dolores (Berta Ojea), la platinata Teresa (Nuria Sole) e, quando il marito la maltratta troppo, anche la remissiva Pilar (Concha Galán). Una comunità chiassosa e variegata, dove si litiga, si balla, ci si prende in giro ma soprattutto ci si aiuta scambievolmente. Dove cioè ci sono tutte quelle virtù e anche quei piccoli difetti che mancano totalmente nella famiglia Joubert. Ed è qui che il film trova la sua energia e il suo divertimento, in questo ritratto a due toni e due tinte, tra i bridge di madame Suzanne e le uscite domenicali delle cameriere spagnole, tra le ambizioni «letterarie» della padrona di casa e la rassicurante concretezza di Maria, tra l’asettico mondo della borghesia parigina (il ritorno a casa dei due figli dal collegio è un piccolo gioiello di satira classista) e la calda solidarietà delle «donne del sesto piano». Un contrasto che la sceneggiatura (del regista e di Jérôme Tonnerre) ingigantisce con abile ironia, come quando affida a Carmen una breve ma efficace lezione sulla guerra civile spagnola o quando accende in Jean-Louis i segni di una «gelosia» di cui neppure lui sa bene spiegare la ragione. Perché naturalmente Maria non è solo efficente e premurosa, è anche piuttosto carina e se la signora Joubert vede le nemiche del suo menage nelle facoltose e intraprendenti clienti del marito, lo spettatore non impiega molto a capire che la vera tentazione per il signor Joubert potrebbe venire solo dal sesto piano. Ma attraverso un percorso che è prima di tutto «esistenziale». L’idea vincente di questa commedia piacevole e simpatica, infatti, è nella sua capacità di raccontare il confronto tra due mondi che si incontrano ogni giorno ma che sembrano incapaci di capirsi e di parlarsi: lo scontro tra due culture sostanzialmente opposte, una accogliente e aperta, l’altra sospettosa e chiusa. Raccontato con affetto ma anche senza dimenticare la voglia di lasciare il segno di qualche belle e profonda unghiata.


Il Giornale
Maurizio Acerbi

Alla faccia di chi dice che la gente se ne va al cinema solo per vedere film commerciali. Trovare un gioiellino come il bellissimo "Le donne del sesto piano" nella top ten dei film più visti dimostra che non solo il cinefilo di nicchia ma anche lo spettatore comune, davanti ad una pellicola di qualità, non si tira certo indietro ed investe con piacere i suoi bei 8 euro. Ingrandisci immagineE' la rivincita delle idee, del coraggio di distribuire anche film che partono battuti nella corsa agli incassi ma che hanno molto da dire e raccontare. Nostro dovere è segnalarli all'attenzione del grande pubblico anche se, spesso, il passaparola di chi paga il biglietto è la pubblicità migliore per lanciare queste pellicole a risultati insperati. Il fatto che anche "Il ragazzo con la bicicletta" sia ancora nei dieci, dopo quattro settimane, avvalora e rinforza il discorso. Poi, sta nella logica del botteghino che "X-Men: L'Inizio" vinca la sfida del fine settimana anche se il box office accumulato negli ultirmi tre giorni non è da champagne stappato. Il quasi milione di euro portato a casa dai mutanti impallidisce di fronte ai risultati registrati, nelle settimane precedenti, dai pirati disneyani e dai "leoni" notturni ma tanto è bastato per ergersi al primo posto. Del resto, questo film, quarto della saga ma, cronologicamente, da considerarsi come primo (ed inizio di una probabile nuova trilogia) ha rilanciato il marchio degli X-Men facendosi apprezzare per trama, recitazione e regia. Detto del meritatitissimo nono posto del francese "Le donne del sesto piano", diretto da Philippe Le Guay ed interpretato magistralmente da un superbo Fabrice Luchini, la terza novità del week-end è il sesto posto del cupo "London Boulevard" che, non a caso, anche come trama, richiama (ma per carità, niente paragoni) alla lontana echi del ben più famoso "Sunset Boulevard". Ingrandisci immagine


Il Mattino
Valerio Caprara

"Di famiglia agiata, il regista Le Guay ha avuto modo da bambino di sperimentare l'allegria e il calore trasmessi dalle immigrate spagnole che, nel periodo a cavallo degli anni 50/'60, affluirono numerose a Parigi per fare le cameriere. E questa sua memoria infantile a riverberare una tenera nostalgia sulla commedia, ambientata in un elegante condominio dove - come di prammatica allora - il personale vive nei locali sotto tetto. (...) Le Guay gioca di sfumature e contrasto di toni per rispecchiare una contrapposizione di classe destinata a cadere sotto la mozione dei sentimenti; e nell'indovinato cast spicca Luchini, al solito fantastico nella sua capacita di far emergere l'umanita e la simpatia in personaggi altrimenti gelidi e isterizzati." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 10 giugno 2011) "Possiamo garantire ai futuri spettatori che il Fabrice Luchini protagonista di 'Le donne del 6° piano' gli regalera una prestazione (nonostante il doppiaggio) impareggiabile, un mix di espressioni, gesti e movenze dalle sfumature raffinate ed esilaranti, uno di quei ritratti più veri del vero destinati a restare senza dubbio nel pantheon del cinema europeo. Risulta, dunque, evidente che il film di Philippe Le Guay vada visto e assaporato a tutti i costi, battendo in breccia la diffidenza che in Italia si nutre nei confronti della produzione, anche popolare, made in France. Le ragioni primarie sono almeno tre: da un accattivante excursus storico il regista sa estrarre i dati significativi, senza ingessarli in freddi report sociologici; la topografia determina l'evoluzione dei persona, come se dal terreno di una piacevole commedia dolceamara fossimo risucchiati in una spirale hitchcokiana; l'esercizio del potere fisico, culturale e psicologico che gli uomini e le donne «resettano» in base a input di classe, sesso ed eta vi e analizzato con una varieta di toni e un'acutezza di riscontri degne di un trattatello neo-illuminista. (...) Il regista e abile e sottile nell'utilizzare la scoperta di questo microcosmo femminile come chiave di volta per la progressiva fuoriuscita di Jean-Louis da se stesso: non e solo questione di sensi (...), bensì del rigetto di un percorso esistenziale timorato, pedante e castrante in nome della duplice riconquista dell'utopia e dell'allegria."



Cinecircolo Diego Fabbri - Abbiategrasso (MI)