Corriere della Sera
Paolo Mereghetti
Assuefatti a troppi punti esclamativi, si ha timore a usare parole come «capolavoro»: definirne i limiti e i significati sembra ogni giorno più arduo. Ma se c’è un film per cui si può usare, quello mi sembra Una separazione di Asghar Farhadi, trionfatore all’ultimo festival di Berlino (oltre all’Orso per il miglior film, la presidentessa Isabella Rossellini è riuscita a far premiare collettivamente sia il cast femminile che quello maschile: un fatto eccezionale di cui bisogna renderle merito) e una delle più sottili e straordinarie prove di scrittura e messa in scena viste di recente: una «dimostrazione» perfetta di cosa sia il Grande Cinema. E questo nonostante l’apparente semplicità di storia e regia. Le prime scene spiegano il titolo: Simin (Laila Hatami, una vera star in Iran) vuole divorziare dal marito Nader (Peyman Moaadi) perché non è disposto a trasferirsi all’estero con lei non volendo abbandonare il padre malato di Alzheimer. Questo rifiuto, che spinge la moglie a trasferirsi dalla madre, fa scattare la necessità di trovare chi si occupi del padre durante il giorno, per cui si offre Razieh (Sareh Bayat), ma acuisce anche la crisi della figlia Termeh (Sarina Farhadi, figlia del regista), contraria alla separazione dei genitori e apparentemente dalla parte del padre con cui ha scelto di restare. Le cose, però, non sono mai semplici come appaiono e queste prime scelte pian piano ci fanno scoprire altre cose: per esempio che la «badante» è incinta e che suo marito (Shahab Hosseini) non sa di questo lavoro, che entrambi sono ultraortodossi (mentre Simin e Nader lo sembranomeno) e che lui è disoccupato e tormentato dai debitori. Da cui si capisce perché la moglie abbia bisogno di lavorare nonostante il suo stato e perché lo faccia di nascosto dal marito. Tutto questo lo spettatore lo scopre poco a poco, quasi di sfuggita, senza mai avere una piena certezza di quello che spinge i vari protagonisti a comportarsi in un modo o in un altro. Farhadi filma le scene con la (apparente) semplicità di un occhio documentario, con la «noncuranza» di chi sembra interessato a registrare soltanto semplici squarci di vita. Solo dopo, quando le cose si complicano, ci si accorge che quello che sembrava accadere quasi casualmente davanti alla macchina da presa era essenziale allo sviluppo dell’azione e alla comprensione dei comportamenti di ognuno. La convenzione critica per cui chi scrive «anticipa» al lettore il succedersi degli avvenimenti rischia così di togliere quella sorpresa che si compie negli occhi e nella mente dello spettatore quando una scena o una battuta rimandano a quello che prima era come scivolato via. Non c’è niente nella messa in scena di Farhadi che si riveli inutile o superficiale, tutto ha una sua «necessità» e importanza ma dalla platea lo scopriamo solo quando una scena o una battuta ci obbligano a ripensarci sopra. Abituati a un cinema che dà per scontato la nostra «superficialità» di spettatori e che sottolinea con insistenza ogni cosa, rischiamo di restare spaesati di fronte alla semplicità e alla linearità del racconto di Una separazione. Il montaggio «invisibile» del film non si sostituisce alla nostra attenzione, come ormai ci ha abituato il modo hollywoodiano (e non solo) di spezzettare l’azione. Le storie parallele costruite grazie al montaggio alternato mettono chi guarda nella comoda situazione di chi sa già che alla fine tutti i fili della storia finiranno per essere tirati e riuniti (ricordate i film di González Iñárritu tipo Babel?). Qui no: Farhadi aggiunge ogni volta un nuovo tassello, una «spiegazione» in più perché a lui non interessa (solo) costruire un film che conquisti l’attenzione dello spettatore ma un film che ci faccia entrare nella testa e nel cuore delle persone che ha deciso di filmare. Il peso della religione nei comportamenti delle persone, le differenze di classe e di sesso, la «sincerità» e l’«onestà» delle persone, sono tutte informazioni che il film ci fa capire e scoprire scena dopo scena. Perché dietro a ogni azione e a ogni scelta quotidiana ci sono ragioni diverse e contraddittorie che non è così facile capire e decodificare (per rispettare la solita convenzione critica, devo almeno aggiungere che l’assunzione della «badante» finisce in tribunale) e ognuno degli interessati può dire una verità che forse appare così ai propri occhi ma non a quelli degli altri. E tutto questo lo scopriamo non con dei «colpi di scena» come insegnano i professionisti delle sceneggiature o mettendo a confronto «versioni» diverse (alla Rashomon) ma per successivi avvicinamenti alla complessità della vita, per continui e sottili svelamenti di nuovi elementi della realtà. A riconferma dell’eterna giustezza di cosa già diceva Renoir nella Regola del gioco: «Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni».
Il Sole 24-ore
Massimo Bertarelli
Come già in 'About Elly', è difficile stabilire chi abbia ragione, se la donna che accusa o l'uomo che si difende, in un rimpallo di responsabilità che coinvolge i rispettivi coniugi ma anche la figlia adolescente di Nader. E sarà proprio lei a svelare le ipocrisie, le falsità e i compromessi dietro cui tutti si nascondono, offrendoci il ritratto di un Paese dove il rispetto della legge non aiuta mai a risolvere davvero i problemi." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 16 febbraio 2011) "Borghesia chiacchierona, un passo avanti rispetto al solito Iran neorealista. Il regista di 'About Elly', Orso d'argento nel 2009, punta all'oro con questa storia che comincia con un divorzio (negato) e finisce in un tribunale penale. In mezzo: una domestica incinta, un padre con l'Alzheimer, un marito irascibile, una gravidanza nascosta sotto la palandrana. Cose da sapere: prima di cambiare un vecchio con il pigiama zuppo, una donna deve telefonare alla polizia coranica e chiedere il permesso. La figlia, già velata a sei anni e piuttosto furba: 'Non lo dirò a papà'." (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 16 febbraio 2011) "Farhadi sarebbe diventato il secondo eroe dell'opposizione, ovvero nemico del regime: da una parte per aver riunito unanimi consensi attorno al proprio magnifico film, dall'altra per aver alzato la voce in favore di Panahi, di tutti gli artisti e della loro 'libertà di espressione'. (...) Asghar Farhadi, già premiato con l'Orso d'argento nel 2009 con 'About Elly', ha portato in concorso un film dalla storia solo apparentemente 'privata'. (...) Problemi interni ed esterni complicano una situazione già delicata, mentre il film arriva a vibrare come un 'Segreti e bugie' all'iraniana. Conflitto di classe incluso. Se umani pregi e virtù sono universali, gli evidenti ostacoli rimandano alle ferite di un Paese imprigionante e prigioniero. Il valore della pellicola è il medesimo di quelle di tanti film-maker sotto regime (anche nell'Italia fascista) capaci di esprimere il dissenso utilizzando con sapienza il linguaggio dell'arte, specie metaforico e simbolico. Ma anche, come in questo caso, narrando una storia qualunque dei loro/nostri tempi: personaggi e sfondo sono curati al punto tale da trasformare il contorno socio-politico del film nel cuore dell'attenzione mondiale." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 18 febbraio 2011) "Immaginate un giallo girato come un film neorealista. Un film in cui prima o poi tutti mentono almeno una volta, in tutti i modi possibili (per omissione, per convenienza, per necessità, per pietà). E soprattutto mentono in ogni possibile combinazione: al marito, alla moglie, al giudice, al figlio, ai genitori, in qualche caso anche a se stessi. Magari senza accorgersene. Adesso immaginate che questo film, in cui (quasi) tutto è sotto i nostri occhi ma l'essenziale avviene nelle coscienze dei personaggi, venga da uno dei paesi più segreti del mondo: l'Iran. (...) Dopo tanti film bellissimi e cifrati, osannati all'estero ma proibiti in patria, non avremmo mai sperato che da Teheran arrivasse qualcuno capace di unire gusti e pubblici tanto diversi. Se Asghar Farhadi, il regista di 'Una separazione', riesce nell'impresa è perché lascia parlare 'le cose', come una volta si diceva dei film neorealisti. Ovvero quell'insieme di conflitti, vistosi o invisibili, che sono al centro della vita sociale. Conflitti fra i sessi, le classi, le generazioni. E fra la diversa cultura di chi ha mezzi e educazione, e di chi non ha né gli uni né l'altra ma ha la religione come unica guida. (...) Usando le immagini non per cullarci o stordirci ma per accendere la nostra immaginazione, come sa fare solo il grande cinema. Con tale esattezza d'accenti che perfino la severissima censura iraniana non ha trovato niente da dire. Anche perché nessuno è davvero innocente, né del tutto colpevole. Anzi, la tensione morale che anima comunque tutti i personaggi del film, a confronto col cinismo conclamato del nostro liberissimo Occidente, fa perfino un po' impressione." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 ottobre 2011) "Un film di grande umanità, di mirabile scrittura e quindi di altissima godibilità. Insomma un film 'divertente' nel senso più alto del termine, a condizione di essere spettatori adulti, capaci di divertirsi non solo a suon di rutti e flatulenze varie, ma osservando sullo schermo il dipanarsi dell'umana commedia. Non è facile, lo sappiamo: perché molti di voi, e non senza motivo, quando leggono 'cinema iraniano' pensano immediatamente a film - diciamo cosi - rarefatti, ad assenza di dialoghi, a lunghi viaggi in auto senza meta, a gonfiore di piedi e di altre meno nobili parti del corpo. Fuor di metafora: il cinema iraniano vanta artisti nobilissimi ma di fruizione difficile, come Kiarostami e il povero Panahi, che a causa del suo cinema civilmente impegnato è tuttora agli arresti domiciliari. Ma Asghar Farhadi, il regista di 'Una separazione', fa un cinema completamente diverso. Chi di voi ha trovato il coraggio, un paio d'anni fa, di vedere 'A proposito di Elly' lo sa. Farhadi è prima di tutto un enorme sceneggiatore. (...) 'Una separazione' mantiene ciò che promette: parla di un divorzio, ovvero di un evento sociale e sentimentale che in un paese islamico assume connotazioni particolarmente drammatiche. (...) Un simile tour de force sociale e cinematografico non reggerebbe senza una squadra di attori formidabili." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 21 ottobre 2011) "Ha un primo, grande merito il film del regista iraniano Asghar Farhadi, trionfatore all'ultimo Festival di Berlino: qualunque spettatore, vedendolo, non può esimersi dal praticare un po' di sana palestra cognitiva. Per poco più di due ore, Asghar Farhadi ti obbliga infatti a cambiare continuamente il punto di vista a partire dal quale osservi le cose. Ti induce ad adottare lo sguardo dell'altro. (...) Cinema come esercizio di pluralismo prospettico, come antidoto all'integralismo. Ma anche come parabola sulla difficoltà/impossibilità di giudicare. Perché un altro grande pregio del film è che riesce a farci capire e condividere le ragioni di tutti i personaggi. Che sono quasi sempre ragioni inconciliabili e incompatibili, ma comprensibili. Di chi è la colpa di quel che abbiamo visto succedere? Chi ha la responsabilità - sia pure preterintenzionale - dell'aborto involontario della donna che il marito aveva assunto come badante del vecchio padre dopo la separazione dalla moglie? Tutti e nessuno, perché nel film di Asghar Farha la colpa circola e si sposta, come in una 'congiura degli innocenti' in cui tutti sono convinti di saper bene chi è il colpevole, ma in un universo in cui le interpretazioni configgono, le versioni cozzano e la verità - se c'è - è sempre altrove. Costruito su alcune grandi ellissi narrative che sottraggono allo spettatore la visione diretta dei fatti più 'controversi', 'Una separazione' è un film molto diverso da quelli a cui il cinema iraniano ci aveva abituato negli ultimi anni: non ha infatti né il realismo poetico di Abbas Kiarostami né la radicalità politica di Yafar Panahi (il cineasta imprigionato dal regime di Teheran)." (Gianni Canova, 'Il Fatto Quotidiano', 21 ottobre 2011) "Lentissimo, noioso, poco appassionante, piagnucoloso dramma social-familiare iraniano. È la storia, sommersa da particolari irrilevanti, di una separazione coniugale di fatto, anche se legalmente respinta dal giudice. Qualche lampo poetico non salva il film vincitore dell'ultimo Orso d'oro a Berlino. A certificare l'abissale divario tra critica e pubblico.
L'Unità
Gabriella Gallozzi Roma
È lo stesso termine frustate che dovrebbe essere cancellato dall'ordinamento giuridico». Di più proprio non può dire Asghar Farhadi, regista iraniano tra i più apprezzati internazionalmente e vincitore dell'Orso d'oro col suo ultimo Una separazione, nelle nostre sale dal prossimo 21 ottobre per la Sacher di Nanni Moretti. Il riferimento, ovviamente, è all'arresto e alla condanna ad un anno di carcere più novanta frustate per l'attrice iraniana Marzieh Vafamehr. Notizia che ha fatto il giro del mondo, ma che, per chi sta da quella parte del mondo, è «incommentabile». Per chi ha scelto di continuare a vivere in Iran, nonostante il feroce regime, la censura e la repressione violenta nei confronti degli oppositori, così come ha scelto Asghar Farhadi, la denuncia è un lusso che non può permettersi. Continuare a fare cinema, in queste condizioni, è la vera resistenza. Come dimostra il caso di Jafar Panhai che, nonostante gli arresti domiciliari, è riuscito a realizzare e a far «espatriare» il suo ultimo Questo non è un film. Per fare i registi in questo Iran, dice Farhadi, bisogna essere abili nello «slalom». Saper aggirare, cioè, i mille vincoli e le mille censure imposte dall' establishment. Cosa che solo un iraniano sa fare. «Se Spielberg venisse a fare un film da noi - scherza il regista - non riuscirebbe a girare neanche due scene». IL VELO PER TUTTE Il velo obbligatorio per le attrici, per esempio, è uno di quei vincoli. Tra le accuse a Marzieh Vafamehr, infatti, c'è quella di essersi mostrata a capo scoperto, nonostante si trattasse di un film «saggio» di diploma - come spiega il regista - che probabilmente non sarebbe dovuto essere reso pubblico. Farhadi, per esempio, racconta, per rendere meno invasiva la presenza del velo sulle attrici cerca di usare foulard dello stesso colore dei capelli. Ma tant'è. «Va detto - prosegue Farhadi - che nel mio paese il sistema non è uniforme, proprio come il tempo atmosferico dei paesi del nord Europa, dove c'è bel tempo e subito dopo pioggia. Ci sono insomma forze contrastanti. Vengono autorizzati, così, film che nessuno penserebbe possibile autorizzare e poi ci sono episodi spropositati come quello della condanna all'attrice». Il suo film, per esempio, è stato candidato a rappresentare l'Iran agli Oscar. «Negli anni precedenti - spiega - a fare questo tipo di selezione c'era un solo funzionario del ministero della cultura. Da quest'anno, invece, c'è una commissione di nove membri. E, anche in questo caso la commissione si è spaccata: da una parte c'erano quelli che l'hanno amato e sostenuto, dall'altra quelli contrari. Quando un film ha successo all'estero l'establishment è sempre sospettoso. Ha sempre paura che gli sfugga qualcosa». Una separazione, un po' come il precedente e amatissimo dalla critica (si è parlato di Antonioni) About Elly, è una sorta di noir realista in cui la separazione tra due coniugi è lo spunto per una riflessione sul doppio binario tra modernità a tutti i costi e radicamento ostinato alle tradizioni, religione in primis. FRA TRADIZIONE E MODERNITÀ «Di fronte alla modernità - spiega il regista - noi ci poniamo subito come i suoi difensori. Ma se riusciamo a mettere da parte l'ingerenza politica e quello che accade, guardando semplicemente la realtà, nessuno vuol davvero cancellare il passato». Il contrasto tra le due «fazioni» è naturale, prosegue Farhadi. «Il problema è quando tutto questo si trasforma in lite. Il dialogo si interrompe e scoppia la violenza». Come è sotto gli occhi di tutti, non solo in Iran. A pagare, dunque, è chi si esprime contro la reazione. A cominciare da registi, attori... E non solo oggi sotto il regime di Ahmadinejad. Tra gli interpreti di Una separazione, tutti vincitori dell'Orso d'argento, c'è anche Babak Karini, volto iraniano noto in Italia per varie interpretazioni nei nostri film (da Caos calmo di Moretti a Gli indesiderabili di Scimeca), montatore di Kiarostami e Makhmalbaf e referente del cinema iraniano in Italia. Ebbene, come racconta lo stesso Farhadi, il papà di Babak, Nosrat Karimi, «è il più grande attore iraniano», messo al bando già ai tempi dello scià per un film, Il risolvitore, in cui si denunciava il nascere del fanatismo religioso. Erano gli anni Settanta. Poi è arrivata la rivoluzione khomeinista, ma la censura su Nosrat Karimi non è cessata. «Mio padre - racconta Babak - non ha più potuto lavorare. E anche adesso che Asghar aveva pensato a lui per la parte del padre del protagonista, non siamo riusciti ad ottenere il permesso». Di regime in regime, insomma la storia non cambia. «C'è stata tutta un'intera generazione di artisti - conclude Farhadi - per la quale non è stato fatto nulla. Che è rimasta nel silenzio. Ora, invece, c'è grande scalpore internazionale per alcuni registi. Ma il nostro compito è continuare a fare film».
Gazzetta di Parma
Lara Ampollini
Cos’è giusto e cos’è sbagliato? In un paese governato dalla legge coranica niente dovrebbe essere più facile da stabilire. Invece l’Iran di cui ci dà un magnifico ritratto umano e morale il nuovo nome tra i grandi registi internazionali, Asghar Farhadi, è un Paese confuso, pieno di contraddizioni, scisso e dolente come i suoi protagonisti. Orso d’oro a Berlino e Orso d’argento corale per tutti i suoi interpreti, maschili e femminili, il film ha conquistato critici e pubblico, fedele com’è al realismo di stampo iraniano ma segnato da un ritmo crescente, dall’inseguirsi irruente di cause ed effetti, come quello di una biglia da flipper, tra tutti i personaggi: non si può fare a meno di seguirla nei suoi rimbalzi ma anche nella sua inevitabile discesa lungo il piano inclinato degli eventi. La fine del gioco è già nelle premesse, il film si apre con l’udienza di separazione di Nader e Simin (lei vuole emigrare all’estero, lui vuole rimanere per assistere il padre malato di Alzheimer) e si chiude con un’altra udienza in cui la loro figlia undicenne, Termeh, deve decidere con chi dei due stare. Eppure tra una scena e l’altra il film ci ha portato così dentro a quel gruppo di personaggi da renderci, come la bambina, lacerati dal dubbio. Le sue lacrime sono quelle di ogni essere umano di oggi, solo tra mille interessi contrastanti e nessuna certezza, neanche la più sacra, da condividere con gli altri. Non l’amore per i figli, occasione di divisione. Non la religione, come nel caso di Razieh, la badante assunta per il padre di Nader dopo la separazione, che, incinta, deve fare quel lavoro di nascosto dal marito ultraconservatore ma anche pieno di debiti. Non la giustizia, freddo arbitro delle umane vicende. Quando Razieh abbandona il vecchio e Nader la caccia di casa, il giudice dovrà stabilire se questa è la causa della perdita del bambino da parte di Razieh. La ricerca della verità non fa che far esplodere i motivi di separazione tra tutti i personaggi, ognuno con le sue sorde ragioni, ognuno con cieche buone intenzioni, alla fine ognuno barricato, da solo, nella “sua” verità. Scritto, recitato e girato splendidamente, il film segna l’evoluzione del cinema iraniano dei maestri precedenti (tra cui Panahi, condannato dal regime e a cui Farhadi ha espresso il suo appoggio): le azioni semplicissime, il realismo del quotidiano portano senza che ce ne accorgiamo nel labirinto dell’anima del personaggi. E della nostra.
Cinematografo.it
Gianluca Arnone
Sistemato Panahi, il regime iraniano dovrà fare i conti adesso con Asghar Farhadi. Che è persino più pericoloso, vista la capacità di dialogare con il grande pubblico. Farhadi è abile nel camuffare il dovere di critica dietro il diritto (ancora tollerato, ma per quanto?) di narrare storie appassionanti e - in apparenza - neutrali rispetto alla questione politica. Qualità che era già emersa nel precedente About Elly, dove la vacanza al mare di un gruppo di amici finiva in tragedia. Quel film si concludeva con l'immagine di una macchina arenata sulla spiaggia, simbolo neanche troppo nascosto di un paese impantanato nelle sabbie mobili delle proprie interne lacerazioni. Con Una separazione - Orso d'oro a Berlino, d’argento al cast maschile e femminile, candidato iraniano all'Oscar - fa un ulteriore passo avanti. A partire dal percorso tortuoso che porterà una coppia - Nader (Peyman Moaadi) e Simin (Leila Hatami) - a dividersi, Farhadi disegna una spirale la cui traiettoria si allarga progressivamente ai temi della malattia (il padre di Nader con l’alzheimer), delle classi (lo scarto, culturale ed economico, tra la famiglia sfasciata e quella della badante), della giustizia (solerte ma inadeguata), della religione (chiamata in ballo anche nelle controversie più elementari), della menzogna (praticata sistematicamente). La separazione finisce per espandersi - come un cancro - a tutti i livelli della società iraniana, perciò abbondano nel film vetri rotti, pareti incrinate, muri divisori. Fahradi sceglie di posizionare la mdp in mezzo, nel cuore della frattura. Cambia continuamente il punto di vista sulla verità. Aderisce alla prospettiva di ogni personaggio, mettendone a nudo umanità, fragilità, bassezze. Addensa il piano: di parole, gesti, sguardi terribili. Lascia lievitare il reale, esplodere le metafore. Il quotidiano viene smosso, i fatti intensificati, drammatizzati, infine rimossi. Il film è un mulinello emozionale veloce, implacabile. La sua ruota dentata è l’Iran che gira, afferra, dilania. Freneticamente immobile. Dentro il vortice di un impasse.
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