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Carnage

Titolo originale:
Nazione:
Anno:
Genere:
Durata:
Regia:
Cast:

Produzione:
Distribuzione:

Carnage
Francia, Germania, Polonia, Spagna
2011
Drammatico
79'
Roman Polanski
Kate Winslet, Christoph Waltz, Jodie Foster,
John C. Reilly
SBS Productions, SPI Poland
Medusa

 

La Repubblica
Natalia Aspesi

Alla Mostra di Venezia Carnage ha provocato una specie di incantamento: è piaciuto a tutti, pubblico e critica, e si dava per scontato che il Leone d'oro fosse suo. Poi all'unanimità il premio è andato allo stupefacente Faust del russo Sokurov, che ha riportato al cinema il senso del capolavoro. Ma Carnage resta un film perfetto, 79 minuti di puro piacere: per la maestria assoluta del regista, Roman Polanski, la furibonda bravura dei quattro attori, la trascinante ironia della sceneggiatura quasi identica al testo teatrale "Il dio del massacro" di Yasmina Reza pubblicato da Adelphi. Due coppie di genitori più o meno quarantenni si ritrovano in un appartamento di Brooklyn per trovare un accordo su quanto è accaduto tra i loro due figli undicenni: uno ha rotto due denti all'altro con un bastone. La casa è quella di Penelope e Michael, lei, Jodie Foster, è una donna colta, terzomondista che scrive libri sul Darfur; lui, John C. Reilly, commerciante di casalinghi, è un uomo gioviale, disponibile: hanno comprato i tulipani, in frigo ci sono gli avanzi di una torta per accogliere gli ospiti, Nancy ed Alan: lei, Kate Winslet, è una elegante consulente patrimoniale, lui, Christoph Waltz, è un importante avvocato. L'atmosfera è civile, tollerante, guai a lasciarsi sopraffare dall'emotività, o da quello che l'educazione e l'ipocrisia sanno nascondere. Si offre il caffè, si parla di bambini, di fiori, di torte, di professioni, con voci flautate che si inaspriscono, con sorrisi che si trasformano in ghigni. Infatti a poco a poco nascono gli attriti, le provocazioni, lo sperdimento, il disprezzo, la rabbia, la violenza non solo verbale, in una specie di balletto frenetico in cui i ruoli e i bersagli cambiano continuamente. È la guerra di una coppia verso l'altra, di due modi di vivere e di pensare, del rancore delle donne verso gli uomini, del sessismo maschile contro le donne definite "impegnate": è una guerra all'interno della coppia in cui di colpo scoppiano i dissidi e i rancori da sempre taciuti, è un riconoscimento del proprio fallimento, del fallimento di un modo di vivere in cui non si è mai creduto. E' appunto un gioco al massacro, nato dal nulla, che denuda le persone delle loro maschere, che le obbliga a rivelare la propria infelicità e incapacità a liberarsene. I litigi, le riappacificazioni, la storia di un criceto, i libri d'arte rovinati dal vomito, i pianti, le crisi isteriche, le botte, il rum, l'ubriachezza, la borsetta buttata a terra, i tulipani fracassati, sono scanditi dall'uso continuo del cellulare di Alan alle prese con un cliente nei guai, dalle telefonate della madre di Michael, che, finto bonaccione, finalmente sbotta "La coppia è la prova più terribile che Dio possa infliggerci, la coppia e la vita di famiglia". Non era quello il tema dell'incontro, un litigio tra bambini, tema che si è perso nel perdersi delle difese dell'eleganza borghese. Quel salotto diventato un campo di battaglia del vivere pacifico benestante e civile, ne ha svelato la miseria, infelicità e solitudine.


L'Espresso
Roberto Escobar

Credo nel dio della carneficina, filosofeggia gelido Alan Cowan (Christoph Waltz), avvocato di pochi scrupoli. E "Le dieu du carnage", "Il dio della carneficina", si intitola il testo di Yasmina Reza da cui Roman Polanski ha tratto "Carnage" (Francia, Germania, Polonia e Spagna, 2011, 79'). Con la moglie Nancy (Kate Winslet), agente finanziario, da più di un'ora Alan sta nel salotto newyorkese di Michael e Penelope Longstreet (John C. Reilly e Jodie Foster), scrittrice impegnata lei, venditore all'ingrosso di pentole e sciacquoni lui (e colpevole d'avere proditoriamente disperso in un parco il criceto di casa). Anzi, in quel salotto i Cowan stanno in maniera per così dire alternata. Più d'una volta hanno provato a uscirne, ma davanti all'ascensore sempre l'offerta di un altro caffè o di un altro pezzo di torta li ha bloccati, riportandoli indietro. Il motivo della "visita" sono i denti che il figlio di Alan e Nancy ha spezzato a quello di Michael e Penelope. Il fattaccio è accaduto durante una lite fra ragazzini. Civili come si conviene a borghesi evoluti, i quattro si sono incontrati per appianare la questione. All'inizio tutto è andato per il verso giusto, a parte qualche parola di troppo, subito smentita, e qualche occhiata di insofferenza, subito nascosta con il più beneducato dei sorrisi. Poi, d'occhiata in occhiata, di parola in parola, sotto le buone maniere s'è spalancato un abisso, e lì son finiti ottimi sentimenti e propositi urbani. Nancy ha vomitato sui libri d'arte di Penelope, e Penelope ha scaraventato per terra la borsetta di Nancy. Quanto ai due uomini, un po' si son mostrati i muscoli, e un po' si son compiaciuti d'una pigra complicità fatta di sigari e whisky. Sono comiche le ipocrisie, le perfidie, le ire trionfanti dei Cowan e dei Longstreet. E ancor più sono tragiche. Nel loro mondo minimo, appena velato dalla miseria d'una morale vana, Polanski mostra l'esplosione di una ben più universale potenza dell'odio - fra estranei, ma certo non solo -, e di un piacere arcaico di far male. Non c'è via d'uscita, né da quella né da questo, suggerisce l'autore di "Cul de sac", "La morte e la fanciulla", "Il pianista". E quando il film termina, in un parco la macchina da presa inquadra in primo piano il criceto disperso, testimone innocente (e innocuo) dell'umana crudeltà, e sullo sfondo i figli dei Cowan e dei Longstreet, con i loro compagni. È fra loro che, onnipotente e immortale, il dio della carneficina può contare di trovar fedeli.


Il Messaggero
Fabio Ferzetti

Il tramonto dell’Occidente in un appartamento di New York. L’occasione è banale: due ragazzini hanno litigato e uno ha spaccato due denti all’altro. Il dramma sarà epocale (ma esilarante). Perché le due coppie di genitori chiamate a chiudere l’incidente in modo ragionevole, presto abbandonano ogni parvenza di civiltà e cedono ai peggiori istinti. Incendiando le polveri dell’odio che cova sotto la superficie delle buone maniere. Per mettere a nudo poco a poco quel misto di sopraffazione, ipocrisia, malcelato disprezzo per tutto ciò che è appena diverso (oltre che per se stessi probabilmente, ma questo nessuno lo ammetterà mai), che chiamiamo identità. Coppia contro coppia dunque, ma anche mariti contro mogli, mogli contro mogli, mariti contro mariti, cinici contro idealisti, borghesi contro alternativi, e via distinguendo e accusando, in un carosello di identità parziali e derisorie difese con ogni mezzo. La pièce di Yasmina Reza si chiama Il dio della carneficina. Polanski e i suoi quattro prodigiosi attori ne fanno uno scintillante saggio di cinema da camera in cui ogni parola, ogni gesto, ogni impercettibile trasalimento svela e insieme nasconde interi mondi. Magistrale.


Corriere della sera
Paolo Mereghetti

Settantanove minuti, una sola scena, nessuna interruzione temporale: sembra una scommessa fuori dal tempo girare un film così, lontanissimo dalle macchine-spettacolo che oggi vanno per la maggiore. Eppure Carnage (Massacro) di Polanski è un film totalmente «cinematografico» nonostante la sua origine teatrale. E una dimostrazione di «messa in scena» come raramente è dato di ammirare. Pignolescamente fedele all’atto unico scritto da Yasmina Reza (Il dio del massacro, appena pubblicato in Italia da Adelphi), Polanski si concede solo due piccole libertà, all’inizio e alla fine del film. In apertura ci mostra, in campo lunghissimo e senza dialogo, il litigio tra due compagni di scuola che innesca la pièce. Per motivi che non sappiamo (e che nemmeno in seguito scopriremo veramente), un ragazzo reagisce a quello che gli dice l’altro. E siccome ha in mano un bastone, lo ferisce: due denti e il labbro rotti. I due, adolescenti di undici/dodici anni, torneranno anche nelle ultimissime scene, sempre in campo lunghissimo (insieme a un altro «attore» evocato nei dialoghi precedenti) ma a far cosa è meglio non svelarlo. Per il resto, per 75 minuti circa, l’unico set è il salotto di una delle due coppie di genitori: padre e madre di chi è stato ferito ricevono padre e madre dell’aggressore per comporre da persone civili l’incidente. Nessuna minaccia di ritorsione legale, nessuna accusa di diseducazione: il film si apre veramente (dopo il prologo «muto» e i titoli di testa) quando tutto sembra definitivamente risolto. I quattro genitori stanno dando gli ultimi ritocchi a una specie di documento privato che si suppone metterà fine a tutto. Ma quando gli ospiti stanno per uscire, una battuta un po’ troppo sferzante di uno, una risposta più puntuta del previsto dell’altra, un tentativo di cortesia («Volete un caffè? Una fetta di torta?») riaprono la discussione. E il «dio del massacro» comincia a seminare le sue trappole. Dialogo dopo dialogo, battuta dopo battuta, scopriamo le connotazioni sociali delle due coppie - una decisamente upper class (siamo a Brooklyn): lui avvocato di multinazionali, lei consulente finanziaria; l’altra più middle class: lui rivenditore all’ingrosso di articoli da bagno e da cucina, lei collaboratrice editoriale - e vediamo venire a galla quell’insofferenza, quell’acrimonia, anche quell’invidia (e quel disprezzo) sociale che le regole della buona creanza avevano il compito di tenere sotto controllo. È un gioco sottile, fatto di allusioni e di colpi bassi (ben mascherati dall’educazione), di insofferenze e di punzecchiature che finiscono per confondere gli schieramenti in campo. Perché dopo poco le «alleanze» si disfano e di ricompongono, non più secondo le regole del matrimonio: sono i due uomini che si alleano contro le due donne, è l’una o l’altra che parte lancia in resta contro tutti (a cominciare dal proprio consorte), è un maschio che attacca a testa bassa gli altri tre. Il solo scontro verbale, però, rischierebbe di accentuare l’atmosfera teatrale e invece Polanski (che non è nuovo a queste operazioni: ricordate La morte e la fanciulla?) usa la macchina da presa per spezzare e trasformare l’unità di tempo e di luogo su cui è costruita la pièce. Con un montaggio magistrale (di Hervé de Luze), sfrutta tutte le possibilità che offrono i cambi di inquadratura, i movimenti di camera, le entrate e le uscite dal salotto dove è ambientata la storia, moltiplicando gli spazi, ritmando il tempo e facendo dimenticare allo spettatore di essere seduto in sala. Sembra di essere lì, insieme ai quattro attori, tanto verrebbe voglia di affacciarsi sulla scena per capire quello che sta succedendo (proprio come fa Polanski stesso, nella parte di un vicino che apre per un attimo la porta di casa). Tutto questo però non sarebbe possibile senza la prova più che superlativa dei quattro attori del film. Non ne ho ancora parlato perché sarei stato costretto a dedicare a loro tutta la recensione: Kate Winslet e Christoph Waltz nei panni della coppia alto-borghese, Jodie Foster e John C. Reilly in quella medio-borghese riescono a far vivere sullo schermo i loro personaggi con una intensità, una forza espressiva e soprattutto una verità che lasciano a bocca aperta. Certo, ci vuole un grande regista per dare il meglio, ma ci vogliono anche dei grandi attori per dimostrare cosa vale il regista. Non è cinema «innovativo», è cinema classico, tradizionale, ma alla fine non puoi far altro che alzarti in piedi e applaudire.


Cinecircolo Diego Fabbri - Abbiategrasso (MI)